venerdì 15 giugno 2012

Il Re Sole e la moda maschile alla corte di Francia

La Guerra dei Trent’anni, che devastò l’Europa dal 1618 al 1648, terminò con una netta vittoria francese e la conseguente egemonia del paese sul continente.  E’ noto che le nazioni vincitrici tendono ad imporre le loro  fogge ai vincitori (così è accaduto dopo la Seconda guerra mondiale, alla fine della quale lo stile Americano fu copiato in tutto il mondo) e dopo la metà del secolo la Francia diventò il polo culturale dell’intero continente. Grazie all’opera del cardinale Richelieu e soprattutto grazie a Luigi XIV di Borbone, Parigi e la corte si trasformarono nel centro universale della bellezza e del buon gusto. Il monarca, chiamato con ammirazione Re Sole, regnò dal 14 maggio 1661 fino alla sua morte nel 1715: convinto assertore della monarchia assoluta, rafforzò l’influenza della Francia grazie anche alla lunghezza del suo regno, il più lungo documentato in Europa. A ciò contribuì anche il protezionismo economico voluto da Luigi XIV e organizzato dal suo onnipotente ministro delle finanze Colbert: il suo principio cardine era che occorreva esportare di più e importare di meno e contemporaneamente incoraggiare le industrie nazionali del lusso, arruolando con ogni mezzo artigiani stranieri. Nacquero così i vetri di Saint Gobain mutuati da quelli di Murano, i tessuti di Lione copiati da quelli italiani, i merletti e le lane, gli arazzi di Gobelin. Grazie a queste manifatture del lusso la moda francese si diffuse in tutta l’Europa.
A 44 anni il re si installò a Versailles che divenne la sua residenza ufficiale; stabilì che l’aristocrazia dovesse abitare nella sua enorme reggia, ne ridusse la potenza e l’orgoglio con l’offerta di onori, titoli, rendite e privilegi, e li trasformò in mansueti e servili cortigiani. Un gruppo di potere totalmente separato dal resto del corpo sociale (Versailles era alle porte di Parigi) su cui esercitava un dominio assoluto e da cui esigeva la totale sottomissione. Per far questo stabilì regole d’etichetta rigorose e complesse che trasformavano i suoi atti, anche i più semplici, in un cerimoniale quasi sacro. Non c’era ora della giornata in cui il re, che si imponeva di avere un’esistenza sempre pubblica, non si sottoponesse e sottoponesse i suoi nobili a riti minuziosi e per noi ridicoli che però comportavano una gara perenne per ottenere la sua attenzione e i suoi favori. Tanto per fare qualche esempio, i cortigiani erano tenuti a inchinarsi davanti alla regale colazione, a disputarsi il privilegio di offrirgli camicia e mutande, mentre perfino l’estrazione di un dente doveva essere eseguita davanti a tutti per far vedere che il sovrano sopportava stoicamente il dolore.
Famosissima è la cerimonia del “lever du roi”. 

Alle 8 del mattino il “valet de chambre” il cameriere che dormiva ai piedi del letto, lo svegliava; seguiva poi il ricevimento di vari aristocratici, in una serie di “entrate” minuziosamente regolate: per primi i componenti della famiglia reale,  cui seguivano quelle dei “grands officiers de chambre et de la garderobe”, e a seguire nobili e cortigiani che il re aveva personalmente designato. Il re dormiva con una piccola parrucca senza la quale non si mostrava mai; si faceva togliere la camicia da due camerieri diversi, uno per braccio, mentre il ciambellano gli toglieva la berretta da notte, il barbiere lo radeva; indossava poi la camicia da giorno sempre con le stesse modalità, sceglieva la cravatta e due fazzoletti, si faceva infilare e allacciare le scarpe e così pure, senza far nulla da solo,  la giubba e la spada. Cambiava la parrucca e ne indossava una monumentale: Luigi aveva bei capelli biondi, ma nel corso del suo regno portò e fece portare sul cranio enormi masse di riccioli torreggianti su cui era letteralmente impossibile mettere il cappello, che infatti si portava sotto il braccio.  
Una volta vestito e addobbato, andava nel suo studio. Il resto della giornata e della settimana erano regolate con la stessa puntigliosa cadenza.
Come per le cerimonie anche l’abbigliamento era regolamentato nei minimi particolari, sia per gli uomini che per le donne. La moda era un ulteriore sistema per controllare l’aristocrazia, indurla a spendere delle follie e in definitiva renderla dipendente anche dal punto di vista economico: il re stesso aveva un guardaroba ricchissimo con alcuni abiti costellati di bottoni in diamanti, e che riempiva da solo tre stanze. Il primo insieme di capi codificati a corte fu formato dai  “Calzoni alla Rhingrave”, dal giubbetto corto, dalla camicia sbuffante chiusa dallo jabot, dalla fascia trasversale di seta detta “Baudrier”, dalle calze, dalla parrucca e dal cappello.   Il tutto guarnito da vistosi nastri, sì che la figura maschile aveva un aspetto quasi lezioso e femmineo. Di moda dopo il 1650  fino al 1680 i calzoni alla “Ringravio” o Rheingraf, erano una sorta di gonna-pantalone arricciata e piena di fiocchi introdotta a corte dal Ringravio di Salm, e chiamati prosaicamente “a gamba di piccione”. Questo insieme era rigorosamente codificato come costume di corte de “l’homme de qualité” che era al servizio del re.
In seguito il re Sole stabilì che 50 dei suoi uomini più fedeli, in pratica le sue guardie del corpo, avrebbero dovuto indossare uno speciale giustacuore, le “Justaucorp au brevet”, una giacca blu con maniche ad ampi risvolti, foderata di rosso e profilata da pesanti galloni d’oro e d’argento. Il tutto era completato da un panciotto lungo, da braghe al ginocchio, da una lunga cravatta di batista, da scarpe obbligatoriamente con tacco rosso (talon rouge) a volte inciso con decorazioni, e dalla spada che pendeva dalla larga fusciacca. I tacchi alti, come pure le immense parrucche, simboleggiavano  in qualche modo la supremazia della corte francese su quelle europee e saranno usati dall’aristocrazia anche per tutto il secolo successivo fino agli eventi fatali della Rivoluzione francese. Chi era vestito così aveva il privilegio di seguire il re durante la sua giornata e partecipare alle sue ore di maggiore intimità. Nel quadro di Claude Guy Galle che rappresenta l’udienza di Luigi XIV al doge Francesco Maria Imperiale, si vede molto bene questo tipo di divisa, che sarà chiamata in tutta Europa “Habit alla française”. Il Delfino invece portava abitualmente una preziosa giacca marrone. Attentissimo e quasi feticista,
Luigi obbligò così la corte a vestirsi come lui voleva  giocando su infinite sfumature dell’etichetta: dai 40 modi diversi di sventolare il cappello piumato a seconda del rango delle persone da salutare, a una infinita varietà di alamari e nastri che dovevano distinguere il rango dei cortigiani.
Altrettanto lussuose e complesse erano le cerimonie e le feste. Il re Sole amava la musica, la danza e il teatro, ed era egli stesso un buon ballerino, finché non fu costretto ad abbandonare le scene a causa degli acciacchi. Le feste più celebri del regno si svolsero a Versailles: processioni, fuochi artificiali, giochi d’acqua, caroselli, tornei durante i quali ci si cambiava più volte d’abito. Alla “Festa dell’isola incantata” nel 1664, parteciparono più di 600 persone che soggiornarono nel castello. Ispirata all’Orlando Furioso dell’Ariosto, durò una decina di giorni e Luigi vi interpretò il ruolo di Ruggero liberato dall’isola della fata Alcina grazie all’anello di Angelica.



Bibliografia:
Norbert Elias, La società di corte, Il Mulino, Milano, 1980
Mario Rivoire, Luigi XIV il re Sole, Mondadori, Milano, 1970