mercoledì 30 maggio 2012

Il presepe napoletano del ‘700 e i suoi costumi

"Il presepe napoletano è il Vangelo tradotto in dialetto partenopeo”affermava Michele Cuciniello che
donò al Museo di San Martino di Napoli la sua meravigliosa collezione, inaugurata felicemente nel 1879. Nel XVIII secolo, grazie all’impulso dato da Carlo III di Borbone, il presepe era diventato in città una vera e propria forma d’arte. Il principe era consigliato dal suo confessore padre Rocco che vi vedeva uno strumento di propaganda; all’approssimarsi del Natale il religioso infatti esortava il popolo a costruire all’interno delle case una rappresentazione della Natività, promettendo i castighi dell’inferno a chi non avesse eseguito i suoi suggerimenti. Carlo III contribuì a dare l’esempio e coinvolse nella creazione del presepe tutta la sua corte, dando luogo a vere e proprie competizioni tra la nobiltà locale. 
I migliori artisti della Napoli settecentesca come gli scultori Giuseppe Sammartino, Matteo e Felice Bottiglieri, Nicola Somma, Lorenzo Vaccaro, assieme a scenografi, e artigiani di ogni tipo, orafi, liutai, ceramisti, erano chiamati a realizzare le statue - che avevano viso e mani in terracotta, occhi in vetro, anima in stoppa e fil di ferro e abiti cuciti a mano - e gli accessori   Per la realizzazione del presepe si ricorreva ai prodotti delle Reali fabbriche borboniche (arazzi, porcellane, pietre dure, argenti, sete) che permettevano di costruire le statuette e i loro corredi i quali costavano vere e proprie fortune al punto che non di rado la corsa al presepe più bello portò all’indebitamento delle famiglie aristocratiche; nei registri giudiziari alla voce "debiti" figuravano per l’appunto queste messinscene sacre e costosissime. Infine, ogni anno si apportavano al presepe variazioni nelle pose e nella scenografia in modo da assicurare scene sempre diverse.

Lo scarno tema della narrazione evangelica di Matteo e Luca è stato immaginato dalla sbrigliata fantasia napoletana mettendo al centro la Natività, attorno a cui  si stringono i pastori adoranti e i re Magi col loro  ricchissimo corteo, per poi allargarsi all'infinito nelle figure di contorno che si ispirano alla vita popolare dei mercati e delle piazze, con miriadi di personaggi che esprimono lo spirito festoso del popolo partenopeo. Né manca la taverna in cui Maria e Giuseppe non avevano trovato alloggio, popolata di bevitori, giocatori, allegre brigate. Il mercato poi si snocciola nelle sue attività mensili riprese dalle medievali raffigurazioni dei periodi dell’anno: gennaio e febbraio con il macellaio e il salumiere, marzo col ricottaro, il pollivendolo ad aprile, il venditore di uova a maggio, le donne coi canestri di ciliegie a giugno, il panettiere a luglio, i pomodori ad agosto, il banchetto dei cocomeri a settembre, il contadino o il seminatore ad ottobre, il vinaio o “Cicci Bacco” a novembre e il caldarrostaio e il pescivendolo a dicembre. Altre figure caratteristiche sono “Benino”, l’uomo che dorme, i Compari Zi’ Vincenzo e Zì Pasquale che vendono i numeri del lotto, il Monaco, la Zingara, la Meretrice.
Collegato a temi letterari e pittorici, il presepe napoletano è influenzato da motivi bucolici che si ritrovano in Torquato Tasso e nella sua “Aminta”, nell’Arcadia e nelle sue favole pastorali, in Metastasio e perfino nella canzone napoletana antica, con melodie celeberrime come “Tu scendi dalle stelle” o “Quanno nascette ‘o ninno”. Né sono estranee le influenze della pittura, in particolare quella di genere: la “Gloria degli angeli”, “l’Adorazione dei Magi”, le scene di taverna e di cucina tanto presenti nell’arte barocca dopo Caravaggio e i Carracci, la natura morta napoletana. Mentre le scenografie  risentono del gusto per la pittura di “rovine”, o dei paesaggi tutti balze e dirupi di Salvator Rosa e Aniello Falcone.
I personaggi del presepe sono abbigliati in modo molto accurato con abiti spesso cuciti dalle stesse dame di corte. Non si trattava però di costumi quotidiani, ma delle vesti tradizionali indossate dal popolo per le feste, mentre tutti i giorni della settimana la gente si metteva panni semplici da lavoro. Le  figure rappresentano un’umanità semplice, felice e giocosa che poteva essere ammirata nelle processioni e nelle sagre, nei matrimoni e nei riti. 
Proprio in quel periodo, elementi di ordine economico come il progresso dell’industria e delle comunicazioni avevano dato impulso al miglioramento del tenore di vita dei ceti bassi, che finirono per essere alla base di nuove mode popolari. Un ulteriore incentivo all'arte presepiale fu anche l’amore per l’eleganza di Carlo III che in ogni occasione incitava – forse per dimostrare la bontà del suo regno – alla galanteria e al gusto del vestire. I canoni del costume festivo erano rigorosamente rispettati in una ricostruzione che brillava di colori, di finiture dorate, di bottoni e perfino di gioielli. E non solo la Campania ma anche il Regno delle due Sicilie era raffigurato in tutta la sua varietà di varietà. I tessuti erano realizzati nella real Colonia di San Leucio, la manifattura voluta da Carlo III per realizzare pregiate e richiestissime stoffe in seta: in particolare la cosiddetta misura “terzina” consistente in decorazioni a piccoli fiori e forme geometriche.

Nella cavalcata dei Magi si scatena il gusto del fantastico: i costumi orientali dei re e del loro seguito si ispiravano a quelli degli uomini al seguito degli inviati del Sultano e del re di Tripoli, o a quelli degli ambasciatori della Porta Ottomana in visita a Napoli, che nel 1778 sfilarono in pompa magna per via Toledo. Nel presepe oltre ai re spiccano le figure dei Giannizzeri, la fanteria che formava la guardia personale del Sultano, e dei “Georgiani” provenienti dalle regioni meridionali del Caucaso, ossia dignitari di razza bianca vestiti alla turca con ampi e sbuffanti pantaloni, con una lunga palandrana piena di alamari, ricami e galloni. 
L’odalisca dalla bellezza procace invece è un personaggio di fantasia che non poteva essere stata vista dal popolo. Algerini, mongoli, turchi, georgiani, samaritane, sono ricoperti di tessuti ed accessori preziosi rigorosamente ridotti in scala. Anche i servitori dei Magi, i nani e i portantini furono fedelmente ricostruiti assieme agli animali - cani, cavalli, scimmie e cammelli - con le loro bardature. Lo scopo finale di queste messinscene era naturalmente di suscitare meraviglia nello spettatore e ostentare la ricchezza del proprietario.
Una delle caratteristiche del vestiario festivo popolare era la portabilità necessaria per le esigenze lavorative: grembiuli, braghe larghe non fermate sotto il ginocchio ma lasciate libere di ricadere all’altezza del polpaccio, pratiche giacche corte. Mentre le vesti dell’aristocrazia erano rigide e complicate dimostrando che questo ceto non praticava lavori manuali, quelle della povera gente lasciavano libertà di movimento costituendo in tal modo un segno distintivo di classe. 
Il corredo femminile era riconducibile a pochi tipi base, rielaborati e caratterizzati per ogni paese, città, rione e persino gruppo familiare: caratteristiche sono la linea del bustino aderente ma non strozzato in vita e la gonna corta e arricciata ma non esageratamente allargata dalle impalcature interne portate dalle aristocratiche che impedivano loro perfino di sedersi. Fondamentale elemento di riconoscimento è poi il pezzo di stoffa destinato a coprire il capo, a volte il grembiule stesso ripiegato sulla testa, a volte il fazzoletto o il velo. 
Nel presepe particolarmente pittoresche sono le fogge delle donne delle isole di Ischia e Procida: zimarra in seta chiusa da bottoni d’oro, corpetto allacciato davanti, grembiule e fazzoletto arrotolato sul capo. Le donne d’Ischia invece indossano abiti riccamente ornati, camicia con maniche ampie, zoccoli e soprattutto un grande fazzoletto ripiegato sul capo – detto tovaglia - che distingueva l’identità locale e che era portato anche in altre località del centro Italia.
Il costume dei pastori abruzzesi è invece caratterizzato dal panciotto in pelle di pecora e da fasce o panni arrotolati attorno alle gambe e ciocie ai piedi. Questa tipica calzatura, ancora portata nel secolo scorso,  è costituita da una suola di cuoio flessibile assicurata al piede da corregge intrecciate. Il suonatore di violino, un po’ più in alto nella scala sociale,  ha invece un abito in seta lucida quadrettata o a fiori e completato da eleganti calze aderenti.
Il costume borghese – in ritardo sulle novità della moda di corte che copiava le fogge di Francia – comprendeva per gli uomini una giacca lunga con maniche a larghi risvolti, e per le donne una gonna arricciata e un corpetto aderente.  Più semplice del vestito aristocratico, l’abito di questa classe non denotava tanto una limitata disponibilità di mezzi economici, quanto un gusto per la vita sobria, dedicata al lavoro e alla costruzione di un solido patrimonio finanziario in confronto con l’aristocrazia sprecona.
Fonti:
Il folklore – volume XI della serie Conosci l’Italia, Touring club italiano, Milano, 1967
Il presepe napoletano – volume 47 della serie “Forma e colore”, Sadea/Sansoni editori