giovedì 24 maggio 2012

I primi segni dell’uomo: tatuaggi e scarificazioni

L’uomo ha sempre cercato di usare la pelle per trasferirvi sogni, emozioni e desideri, giuramenti d’amore, paure, scongiuri propiziatori, inclinazioni alla vendetta, desiderio di proprietà e via dicendo. Tatuaggi e deformazioni cicatriziali o corporali sono probabilmente la forma d’arte più effimera che l’uomo abbia creato dal momento che scompaiono con lui. Amati o detestati nel corso del tempo hanno provocato reazioni molto diversificate: ammirazione, rispetto, paura, repulsione. Soggetti alle mode e molto diversificati, sono presenti in tutte le culture del pianeta fin dall’antichità e sono stati studiati a fondo dagli etnologi, se pur gli studi debbano ulteriormente essere approfonditi.
La parola moderna tatuaggio deriva dall’etimo polinesiano “tatau” che significa “disegno sulla pelle”; la tecnica di esecuzione non si è evoluta attraverso i secoli, se non dopo la comparsa dell’ago elettrico, brevettato per la prima volta nel 1891.  Il concetto basilare è comunque rimasto identico: incisioni profonde o leggere  praticate per mezzo di scaglie, pietre appuntite o aghi di vari materiali, intrisi di sostanza colorante fluida che deve penetrare sotto  l’epidermide. Molte le varianti: alcuni popoli nel sud – est asiatico, grattano la pelle con uno strumento munito di punte affilate, metodo conosciuto in Europa fin dalla preistoria. In Oriente tale tecnica si serve di una sorta di pettine in cui sono conficcate  punte d’osso o d’avorio. I complessi tatuaggi di Samoa usano contemporaneamente vari strumenti affilati che permettono di eseguire linee molto fini.
La nascita del tatuaggio è precedente al periodo neolitico (attorno ai 10.000 anni fa): gli scavi hanno riportato alla luce ossa di uomini tatuati, sebbene il primo documento certo sia molto più recente: infatti la mummia del Similaun soprannominata  Ötzi, è considerata il primo essere umano tatuato di cui si abbia conoscenza,  con ben 57 tatuaggi sul corpo. La tecnica utilizzata nel periodo in cui quest’uomo è vissuto (III millennio a.C.) appare diversa da quella moderna: non venivano usati aghi, ma erano invece praticate delle piccole incisioni della pelle, poi ricoperte con carbone vegetale per ottenere l'immagine. I tatuaggi dell'uomo del Similaun consistono in semplici punti, linee e crocette: si trovano in corrispondenza della parte bassa della colonna vertebrale, dietro il ginocchio sinistro e sulla caviglia destra. Esami radiologici hanno individuato forme di artrite proprio in quei punti, da cui si presume che tali immagini avessero una funzione di tipo magico o cultuale, al fine di alleviare i dolori.
Testimonianze dall’antico Egitto ci dicono che le donne si tatuavano, come dimostrato da alcune pitture funebri o da mummie femminili risalenti al 2000 a.C.  Gli antichi romani, cultori della purezza del corpo umano, rifiutarono radicalmente il tatuaggio – con cui marchiavano solo i criminali -  fino a quando non vennero in contatto coi Galli per i quali le incisioni corporali erano un simbolo di forza e di onore; dopo l’invasione del nord Europa, i legionari cominciarono a praticare su sé stessi questi segni distintivi. Il cristianesimo, che attraverso i padri della Chiesa predicava il rifiuto di qualsiasi manipolazione del corpo, naturalmente perfetto perché opera divina, osteggiò apertamente il tatuaggio, che vietato da una bolla di papa Adriano nel 787, scomparve definitivamente dall’Europa ad eccezion fatta per la croce di Gerusalemme che si praticavano i crociati. I cristiani copti invece mantennero questa usanza praticandosi sul corpo disegni che rappresentavano la croce, la Natività o Corios, santo martirizzato sotto l’impero di Diocleziano.
La religione ebraica vieta i tatuaggi permanenti (Levitico, 19, 28) come pure quella Musulmana, secondo le indicazioni del profeta Maometto, permettendo solo i disegni provvisori con l’henné.  Solo durante il XVIII secolo il famoso viaggiatore inglese capitano Cook fece conoscere nei suoi viaggi  nell’Oceano pacifico il tatuaggio largamente praticato dai nativi.   Da lui e da studi successivi sappiamo che I segni non erano un accessorio cosmetico ma avevano una fondamentale valenza culturale.  Le ragazze polinesiane ad esempio, si praticavano tatuaggi neri sulle natiche al sopraggiungere della pubertà. A Samoa inoltre era diffuso Il “pe’à” che ricopriva tutto il corpo e richiedeva una seduta di cinque giorni che era anche una prova di grande forza e sopportazione, al termine della quale il tatuato era onorato con grandi feste. Il significato profondo di questa forma d’arte era quindi collegato con riti di passaggio e per questo richiedeva tempo, pazienza, sacrificio e notevole capacità di sopportare il dolore fisico. Il tatuaggio era inoltre considerato un’operazione di abbellimento ma soprattutto di protezione dalle malattie, le disgrazie, gli spiriti maligni, i passaggi difficili della vita, forse perché era definitivo, facendo corpo unico con la pelle. Le polveri usate più comunemente erano il colore rosso, nero, bruno e verdastro. Il tatuaggio doveva essere sempre evidente, lucido e brillante e quindi l’operazione poteva essere ripetuta varie volte. Non esistendo aghi sterili era possibile avere reazioni edematose specie nel caso di tatuaggi complessi.
Affascinati da queste decorazioni, i marinai europei cominciarono a copiarne le forme e le tecniche, e non c’era un porto dove non si trovasse una bottega di Tattoo, che così si ridiffusero anche da noi, se pur quasi in clandestinità e sempre nelle fasce sociali collegate con la marina e la malavita.
Mentre nelle isole del Pacifico la grande prevalenza dei tatuaggi era maschile, in Africa era femminile. Nel momento in l’usanza ebbe la sua massima diffusione, si arrivò a diversi vari tipi di tatuaggio: da quello “estetico” solitamente composto da fiori e animali, a quello “superstizioso” che serviva a difendersi da malattie e disgrazie;  dal tatuaggio “d’onore e di distinzione”, come quello praticato per ricordare il numero di nemici uccisi o le gerarchie all’interno delle tribù, a quello di “possesso”, praticato sulle donne o sugli animali; dal  tatuaggio “religioso” frequente tra gli indigeni convertiti al cristianesimo (come le croci marchiate a fuoco sulla fronte in Etiopia) a  quello “informativo” destinato a coloro che avevano subito un’iniziazione, o che appartenevano ad una determinata tribù o clan. Infine esisteva anche il tatuaggio “ricordo” per rammentare una persona scomparsa.
Nonostante le proibizioni del Corano,un tipico esempio di tatuaggio contro il malocchio tuttora diffuso nel mondo islamico, è la “Mano di Fatima” (Hamsa) simbolo di serietà e autocontrollo. Essa è anche collegabile ai cinque pilastri praticati nel credo di questa religione, essenziali per mantenere un buon rapporto con Allah: la testimonianza di fede, le preghiere rituali, il digiuno nel mese di Ramadan, l’elemosina, il pellegrinaggio alla Mecca.
I Maori, che continuano a tatuarsi tuttora, chiamano i loro disegni facciali personalizzati “moko”, considerato una forma di identificazione con la famiglia di provenienza o come simbolo delle conquiste realizzate nella vita. Dal 1820 cominciò la macabra  e redditizia usanza di barattare armi con le teste mozzate di guerrieri maori, al punto che gli omicidi di indigeni divennero una pratica abituale, proibita definitivamente dal governo britannico nel 1831 che vietò l’importazione di teste in Inghilterra.
Le “Scarificazioni” sono una variante del gruppo dei tatuaggi in forma di cicatrici, praticata soprattutto in Africa. Queste incisioni vengono ottenute mediante piccoli tagli della pelle con disegni semplici o complessi, lineari o curvilinei. In seguito vi si passano sopra polvere o sostanze irritanti in modo da tenere la ferita sempre aperta e da formare la cosiddetta “cheloide” una cicatrice rilevata. Un altro sistema di scarificazione è l’ustione praticata con punte roventi, mentre il paziente sopporta il dolore fisico con vero stoicismo. In passato per le donne africane erano una fonte di attrazione sessuale e per questo praticate su parti ben visibili come il volto, l’addome, le braccia, il pube, le natiche, la faccia interna delle cosce, ed esse stesse si sottoponevano di buon grado al procedimento convinte altrimenti di non trovar marito. Anche gli uomini si sottoponevano alla dolorosa pratica della scarificazione per sottolineare il rito di passaggio dall’infanzia alla maturazione. La loro forma indicava l’età, l’affiliazione ad un clan, o aveva semplici scopi estetici.
Il popolo Nuer ha portato quest’operazione ai limiti estremi, praticando sei larghe cicatrici tagliate col rasoio, che coprono orizzontalmente la fronte. Poiché col rasoio si incide anche il nervo suborbitale questo tipo di operazione poteva indurre violente emorragie anche mortali. Tuttavia, dopo un lungo periodo di convalescenza i ragazzi  erano accolti dalla comunità con grandi celebrazioni cerimoniali. Una curiosa scarificazione tribale veniva praticata dai boscimani in Etiopia: un grande solco in mezzo alla fronte su cui venivano inseriti frammenti di carne di antilope, per acquistare l’agilità allo scopo di favorirne la caccia.
Fino a quando non è esplosa la moda odierna del tatuaggio, in Occidente esso era relegato alla criminalità e alla prostituzione. Secondo alcuni studiosi aveva lo scopo di elevare e identificare l’individuo al di sopra nella noia e dell’appiattimento derivati dalla detenzione. La psicologia junghiana moderna vede nel tatuaggio l’espressione della rappresentazione fantastica di un desiderio. In Giappone invece alcune categorie sociali utilizzano tuttora il tatuaggio: i falegnami, i sushimakers (coloro che preparano il sushi) e i gangster “Yakuza”. Come per le società tribali il tatuaggio yakuza sottolinea l’appartenenza alla nuova famiglia criminale e rafforza i legami tra i vari membri: il rosso e il nero, colori preferibilmente usati, sono collegati coi numi protettori, Fudo e Nio, che simboleggiano la durezza  e il coraggio.

Bibliografia:

Paolo Rovesti, Alla ricerca della cosmesi dei primitivi, Maurilio, Venezia, 1977
L’Asino e la zebra, Catalogo della mostra, De Luca editore, Roma, 1983.
Burkhard Riemschneider, 1000 tattoos, Taschen, Colonia, 2005