mercoledì 23 maggio 2012

Breve storia dei pantaloni da uomo

Probabilmente nati come indumento per cavalcare, i pantaloni fecero la loro comparsa in Persia molti secoli prima di Cristo. I persiani furono molto abili a conciare le pelli rendendole morbide e duttili e contribuendo in modo fondamentale a creare un capo che avrebbe avuto una notevole fortuna storica. Nel bacino del Mediterraneo però i pantaloni comparvero assai più tardi, dopo le conquiste romane in Gallia: i barbari infatti usavano, per difendersi dal freddo, lunghi tubi che colpirono talmente l’immaginazione dei  latini da definire la regione “Gallia bracata”. Osteggiate dapprima come indumento volgare, le brache entrarono egualmente nell’uso maschile quotidiano al punto che, alla caduta dell’impero romano nel V secolo, erano parte stabile del guardaroba maschile: non troppo strette, legate con lacci o fasciature incrociate alla gamba, venivano confezionate in lana o più raramente in seta preziosa.
Nel Medioevo facevano parte degli indumenti chiamati genericamente “panni da gamba”, che comprendevano anche fasce, calze e uose. Nel Duecento e nel Trecento il gusto del colore invase l’abbigliamento con il curioso costume delle “vesti divisate”, ossia degli abiti ripartiti in due metà verticali e simmetriche di tinta diversa e contrastante, moda cui nemmeno le braghe sfuggirono. L’usanza festosa delle vesti   colorate sarebbe durata fino alla conquista spagnola dell’Italia, nel XVI secolo, quando fu sostituita dal funereo nero integrale. Tornando al Trecento, si assiste a una svolta determinante: tutto l’abbigliamento si fece aderentissimo al corpo e si accorciò, mentre le brache si trasformarono in calze legate con lacci al farsetto sottostante la veste. Ne abbiamo una bella testimonianza nella miniatura dell’ofiziolo rappresentante il martirio di Santo Stefano e conservata alla Biblioteca nazionale di Parigi. Uno dei carnefici si china a raccogliere pietre e così facendo scopre mutande e calze di cui si vedono chiaramente gli occhielli superiori, sganciatisi a causa della posizione chinata poiché il tessuto non aveva elasticità (la maglia fu introdotta più di un secolo dopo). Le calze terminano a punta e sono munite di suola; non si portavano quindi scarpe dal momento che, per proteggersi dalla fanghiglia della strada, si infilavano ai piedi zoccoli di legno.
Questo modo di abbigliarsi  corto e aderente che fu  giudicato ridicolo da molti e condannato dalla Chiesa perché considerato osceno, ebbe ciò nonostante un grosso successo e fu  determinante per differenziare la moda maschile e femminile ancora molto simile fino al basso Medioevo.
Durante il XV secolo le calze colorate conobbero ulteriori affermazioni. Presso i giovani erano anche munite di culottes e associate  al farsetto in un insieme aderentissimo e squillante di tessuti tagliati in varie guise: “addogati”, “frappati”, “dimidiati”, “scaccati”. La figura maschile si delineava così in tutta la sua prestanza  resa ancor più virile dall’uso di racchiudere i genitali in una conchiglia di tessuto detta “brachetta”, le cui dimensioni aumenteranno sempre più nel Cinquecento fino ad assumere una forma irrigidita ad astuccio penico, licenziosa e arrogante, adoperata perfino come tasca. La moda provocò non poche polemiche: nel 1553 le signore di  Ascoli protestarono contro  l’usanza di “mostrare tutte le chiappe et natiche integre de riete, et non solo de riete ma ancora de nanti…brachette toste..et dirizzate in su”.Nel XVI secolo la linea maschile si espanse anche in senso orizzontale: il femore fu coperto da brache sempre più rigonfie e percorse da tagli verticali, o accoltellature, la cui forma si vuole inventata dai lanzichenecchi. Per  questo indumento erano necessari quattro o cinque metri di tessuto solo per l’esterno e più di venti metri per la preziosa fodera arricciata che sbucava dalle aperture, cosa che ne faceva un simbolo di status sociale. Giocoforza le brache, aderenti alla gamba e rotondeggianti sulla coscia, dovettero essere divise sopra al ginocchio. Verso la fine del secolo il rigonfio si accorciò viepiù fino a trasformarsi in calzoncini corti chiamati “brachesse alla spagnola”.
Nel XVII secolo il nostro indumento subì ulteriori e importanti evoluzioni collegate anche alla situazione politica europea. Dopo un secolo di influenza spagnola la Francia si stava avviando ad essere lo stato più importante del continente ed importante riferimento per ogni cambiamento di costume. Attorno agli anni Trenta, una compagnia di attori italiani si esibì a corte, presentandosi in scena colle vesti della Commedia dell’arte; tra loro non mancava Pantalone dei Bisognosi che indossava una casacca e un paio di braghe di origine popolare prive di legature sotto al ginocchio e lunghe fino al polpaccio. Il duca di Brunswick se ne innamorò e se ne fece fare una versione corretta da nastri e che mostrava le calze in seta, copiata perfino dal cardinale Richelieu; il nuovo capo, che ebbe enorme successo, fu ribattezzato Pantalone in onore della maschera italiana.
Con l’avvento al trono di Luigi XIV la corte di Francia, trasferitasi nella reggia di Versailles, diventò il centro di ogni moda e bizzarria europea, subito avidamente copiate  in tutta Europa. Ormai il costume maschile aveva perso ogni parvenza di severità e virilità, carico com’era di pizzi e di nastri che sbucavano dappertutto; dopo il 1650 e fino al 1680 spopolò una sorta di gonna-pantalone arricciata e piena di fiocchi introdotta a corte dal Ringravio di Salm, e perciò chiamata calzoni alla “Ringravio” o Rheingraf, o più prosaicamente “a gamba di piccione”. Decaduta nell’ultimo ventennio del secolo, fu sostituita da calzoncini abbottonati sotto al ginocchio che saranno di moda per tutto il secolo successivo.
Il Settecento fu epoca di grandi cambiamenti storici: la Francia, sempre al centro dell’attenzione, passò dalla monarchia alla Rivoluzione e alla repubblica , mentre la moda, come sempre, si adeguò alle mutate condizioni politiche lanciando nuovissimi capi e imponendoli al mondo. I pantaloni ormai erano denominati “culottes” (a Venezia bragoni) dotati di comode tasche  e realizzati in tessuti pregiati. Le culottes di prammatica erano aderenti e così strette che i previdenti proprietari se ne facevano fare due tipi diversi: uno per camminare e l’altro in tessuto più elastico in modo da eseguire  la riverenza in modo senza strapparli sul dietro. Ma la presa della Bastiglia nel 1789 e la fine dell’ancien regime furono determinanti per lanciare un nuovo modello: furono i sanculotti, ossia il popolo che non portava le culottes ma esibiva i pantaloni lunghi e non fermati sotto il ginocchio, che trasformarono il loro abbigliamento in un vero e proprio manifesto politico. I pantaloni larghi tornarono quindi  ad imporsi se pure con qualche difficoltà dovuta alla resistenza delle corti europee che diffidavano di quell’indumento così apertamente rivoluzionario e giacobino. Così nel 1799 Ferdinando I di Borbone ne proibì l’uso  e l’abuso, precauzione inutile perché nel giro di non molti anni si imposero definitivamente.
Il 1800 può ben dirsi l’epoca dei pantaloni. La classe che aveva vinto la rivoluzione, la borghesia, li adottò in massa assieme ad un abbigliamento severo, con toni spenti o addirittura scuri, che ben rappresentavano i suoi ideali di vita: rigore, sobrietà, fedeltà alla famiglia, lavoro e guadagno come misura di una nuova morale in contrapposizione a quella dell’aristocrazia fannullona e sprecona. Diventato indumento di massa il pantalone ormai liberalizzato arrivava alla caviglia, mostrando lo scarpino scuro. Finché l’uomo andava a cavallo era munito di sottopiede  in modo da rimanere sempre perfettamente stirato, ma quando la carrozza prima e l’automobile poi si affermarono come mezzo di locomozione  anche la staffa sparì. Molto stretti all’inizio del secolo, i pantaloni si allargarono leggermente e si realizzarono i tessuti coordinati con le giacche: verde inglese, grigio, bronzo o neri per la sera. Alla metà del secolo si affermarono per il giorno pantaloni rigati o quadrettati mentre per andare a teatro l’immancabile frak  nero era abbinato a calzoni in tinta: il completo funereo, che rendeva l’uomo simile a un pinguino, era ravvivato solo dalla camicia bianca inamidata.
L’abbottonatura rimase sul fianco fino agli anni ’50 quando il sarto inglese Humann ideò l’apertura nel mezzo davanti; e siccome per quanto riguarda la moda maschile l’Inghilterra dettava legge in Europa il modello si affermò rapidamente. Tutte le innovazioni sartoriali del periodo venivano da quella nazione ed erano scrupolosamente imitate: il vestito e i pantaloni erano tagliati in modo da correggere i difetti fisici – ventre e natiche rotonde, tibie mal in arnese -  tramite appropriate stirature e imbottiture nascoste.   
Sempre dall’Inghilterra il figlio della regina Vittoria, principe di Galles e futuro Edoardo VII, re dei dandies per eccellenza, si divertiva a inaugurare mode; involontariamente inventò il risvolto dei pantaloni una volta che, per non inzaccherarli, li ripiegò sulla caviglia. Un’altra volta mentre si recava alle corse di Ascot, si procurò uno strappo e in fretta e furia ne comperò un paio dal primo rivenditore: l’indumento era impilato assieme ad altri e presentava un vistosa piega verticale davanti. Imperturbabile Edoardo se lo mise lanciando così un nuovo e duraturo stile.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento lo sport diventò attività comune sostituendo le vecchie e aristocratiche  partite di caccia; gare, giochi, passatempi come il tennis, il canottaggio, la corsa, l’alpinismo, la bicicletta  e inoltre i viaggi e le vacanze, si diffusero anche presso la piccola borghesia richiedendo indumenti adatti alle situazioni in cui il corpo si doveva muovere liberamente. I pantaloni – che per inciso in questo periodo furono adottati anche dalle signore – erano l’abbigliamento ideale. Così all’inizio del secolo si accorciarono sotto al ginocchio dove erano fermati da una fascietta chiusa da una fibbia di metallo. Chiamati “knickerbockers”  erano solitamente abbinati a una giacca “Norfolk” doppiopetto  con cintura incorporata. D’estate invece, per coloro che potevano permettersi costose crociere, si andava affermando la divisa dello yacht man, maglia e pantaloni bianchi, giacca blu e spavaldo berretto da marinaio. 
Durante i disinvolti anni ’20 la società europea fu travolta dall’esuberanti mode americane: al posto di tango e valzer furoreggiarono charleston e fox trot, il jazz impazzava, le ragazze si accorciarono i capelli alla garçonne, alzarono le gonne sotto al ginocchio, assunsero atteggiamenti disinibiti; gli uomini, più conservatori, rimasero legati al solito completo giacca, gilet, camicia e pantaloni, che, rimanendo sempre due tubi, diventarono però più morbidi grazie alle pinces in vita e si allargarono in modo che i benpensanti giudicarono eccessivo. Dalle università americane arrivarono gli “Oxford bags” , “i sacchetti di Oxford” in flanella e tweed che erano portati col pullover e con giacche dalle spalle vistosamente imbottite. Per i pantaloni sportivi si continuavano a preferire i knickerbockers, mentre si introdussero anche i calzoni alla cavallerizza spesso indossati con stivali di cuoio, uniforme molto amata dal Duce perché gli dava una virile baldanza. Dall’Inghilterra proveniva invece lo stile coloniale, derivato dagli ufficiali in stanza in India, in color kaki, composto di sahariana e shorts che terminavano al ginocchio.
Saltando a piè pari qualche decennio, tutto sommato molto conservatore in fatto di moda maschile, ingessata nei canoni tradizionali, il primo vero colpo di scena in fatto di innovazione si ebbe quando i giovani irruppero sul mercato condizionando coi loro gusti l’industria dell’abbigliamento.
Nel 1953 uscì il film “Il selvaggio” interpretato da Marlon Brando; vestito con un giubbotto in pelle nera e un cappello a visiera piantato sulle 23, l’attore indossava i blue jeans, i pantaloni da lavoro azzurri, in cotone robusto e rinforzati dai rivetti e dalla doppia cucitura, che l’imprenditore americano Levi Strauss aveva venduto con successo dal 1873 a operai, contadini, cercatori d’oro. Diventati bandiera dei movimenti giovanili e dell’avanguardia intellettuale, esplosero negli anni sessanta come simbolo di contestazione, per poi essere assorbiti dal mondo della moda e diventare, se firmati dagli stilisti, un oggetto di culto.

Bibliografia:
Rosita Levi Pizetski: Storia del costume in Italia, Istituto editoriale italiano, Milano, 1960
Vittoria de Buzzaccarini: Pantaloni & Co. Zanfi editore, Modena, 1989
Henny Harald Hansen: Storia del costume, Marietti, Torino