martedì 18 ottobre 2016

Donna in pantaloni: breve storia di un pregiudizio

Correva l'anno 1989 quando uscì in Italia il libro di una scrittrice debuttante, Lara Cardella, che nel giro di poco tempo diventò un best-seller internazionale: “Volevo i pantaloni” narra la tormentata adolescenza di una giovane siciliana che cerca di emanciparsi da un ambiente chiuso e oppressivo in cui le donne - completamente succubi del marito e dei parenti maschi – erano bollate come prostitute quando indossavano i pantaloni. Prima di allora nel 1961 il cardinale Siri, arcivescovo di Genova, si era scagliato contro l'uso femminile “del vestito degli uomini”, che secondo sua Eminenza: “cambiava la psicologia”, affondando verso il basso (ossia verso la lussuria) i rapporti tra uomo e donna. Fino agli anni Settanta la riprovazione verso le ragazze che portavano il capo peccaminoso era diffusa in quasi tutto il territorio italiano, non così nei paesi di lingua anglosassone, molto più disinvolti in fatto di abbigliamento.
I pantaloni sono nati più di duemila anni fa grazie ai nomadi delle steppe euroasiatiche che - vivendo gran parte della loro vita a cavallo - necessitavano di robusti gambali, a quanto pare indossati sia da uomini che da donne. Da queste popolazioni barbare nacque probabilmente il mito delle leggendarie Amazzoni, rappresentate nella ceramica ellenica con una sorta di tuta aderente che copriva gambe e braccia, moda che nella realtà non fu mai imitata dai greci, che preferivano di gran lunga la sottana per ambo i sessi. Bisogna arrivare ai romani perché i calzoni entrassero nel guardaroba maschile nostrano: quando infatti varcarono le Alpi, i fieri conquistatori del mondo rimasero talmente sbalorditi dal primo impatto con i guerrieri del nord vestiti con strani tubi che coprivano le gambe, che li chiamarono “Galli bracati”, e – se pur con molta diffidenza – finirono per adottare il nuovo indumento proibendolo però a fanciulle e matrone.Non è chiaro per quale motivo le antiche società occidentali – al contrario di quelle orientali – vedessero nell'uso dei pantaloni da parte della donna un intollerabile tentativo di appropriarsi non solo di un modo di vestire, ma anche di prerogative e privilegi squisitamente maschili: forse i nostri antenati – in memoria delle Amazzoni – temevano cosa gli sarebbe successo se l'altra metà del cielo avesse potuto mettere le mani su armi e calzoni. A sancire il divieto fu anche un versetto del Deuteronomio, il quinto libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana che al capitolo 22 recita: “La donna non porti indosso abito d'uomo (…) perciocché chiunque fa tali cose è in abominio al Signore Iddio tuo”. Durante il Medioevo, mentre l'abito maschile si accorciò fino a mostrare cosce e perfino glutei, quello femminile rimase giocoforza ancorato alla tradizione del lungo. Uno dei motivi che portarono Giovanna d'Arco al martirio fu che anche in carcere la cocciuta pulzella continuò a vestirsi da uomo con i capelli tagliati all'altezza delle orecchie; i giudici scandalizzati la spedirono al rogo, nonostante che lei proclamasse che quel tipo di abbigliamento le era stato imposto dalle “voci”.
Nei secoli successivi la situazione rimase sostanzialmente invariata, a parte la comparsa, al tempo molto criticata, di pantaloncini corti in tessuto prezioso nascosti sotto le gonne, le cosiddette “braghesse”. Adottate per la prima volta in Francia da Caterina de Medici che le usava per montare a cavallo, sembra eccitassero le fantasie maschili, e fecero ben presto parte dell'arsenale seduttivo delle cortigiane come primo esempio di biancheria sexy della storia. Sia nel Cinquecento che nel Seicento le disposizioni suntuarie vietano a queste “femmine scapestrate” di portare indumenti dell'altro sesso, ma nel frattempo la moda aveva lanciato un'ulteriore novità: attorno agli anni Trenta del XVIII secolo, una compagnia di attori italiani della Commedia dell'arte si esibì alla corte di Francia; tra loro Pantalone dei Bisognosi indossava una casacca e un paio di braghe prive di legatura sotto il ginocchio e lunghe fino al polpaccio. Era un capo di origine popolare, ma l'annoiata aristocrazia se ne innamorò e se ne fece fare una versione nobilitata da una cascata di nastri che ebbe enorme successo, e fu ribattezzata Pantalone in onore della maschera in questione. La rivoluzione francese, che aveva imposto i sacrosanti principi di "Liberté, Egalité, Fraternité, si guardò bene di applicarli alle donne: una legge del 17 novembre 1800, o meglio del 16 brumaio dell'anno IX, vietava tassativamente i calzoni femminili. La cosa curiosa è che in Francia tale divieto è rimasto in uso - nonostante la sua manifesta assurdità - fino al 2013, al punto che negli anni Settanta una deputata arrivò a minacciare i commessi di entrare in parlamento in mutande, dal momento che non poteva farlo in pantaloni.

Durante il 1800 parecchie donne coraggiose tentarono l'avventura di travestirsi da uomo. Le più famose e spregiudicate furono artiste come la pittrice Rose Bonheur e la scrittrice George Sand, che volevano in tal modo manifestare la propria indipendenza beneficiando anche di una certa benevolenza delle autorità. Oltre a queste intellettuali ci furono molte ragazze anonime che – non godendo di protezione maschile e per scampare alla fame e alla prostituzione– si tagliarono i capelli imbarcandosi come marinai o servendo nell'esercito. E' storicamente accertato che alcune centinaia di donne combatterono durante la Guerra civile americana, a volte prendendo segretamente il posto dei loro mariti e fratelli di cui indossavano anche gli abiti. Nel mondo occidentale deroghe alle leggi si potevano ottenere solo per motivi di lavoro, perché polvere e sporcizia non erano certo adatte alle gonne lunghe: dal momento che all'epoca le attività di estrazione erano abbondanti e ben pagate, donne forti e intelligenti non esitarono a scandalizzare il perbenismo vittoriano vestendosi da uomo e affrontando mansioni dure ma redditizie. Così in Inghilterra le ragazze che scavavano in miniera mettevano i pantaloni, affiancate in America dalle cercatrici d'oro e dalle mandriane dei ranch. A cavallo tra Ottocento e Novecento e grazie al successo di massa dello sport e delle attività fisiche, le norme proibizioniste furono ulteriormente addolcite col permesso di usare abiti maschili se si andava a cavallo, si faceva alpinismo o si pedalava sul velocipede (come si chiamava allora la bicicletta).
I primi movimenti per l'emancipazione femminile si manifestarono in America nel primo ventennio dell'Ottocento: l'incontro di alcune scrittrici e attiviste per i diritti delle donne tra cui Amalia Bloomer, sollevò il problema della scomodità degli abiti tradizionali delle signore. Amalia aveva fondato “The Lily”, una rivista in cui tra l'altro sosteneva che corsetto, sottogonne inamidate, gonne lunghe fino ai piedi, costituivano una mortificazione e un impedimento alla libertà di svolgere qualsiasi tipo di attività. Gli indumenti proposti in sostituzione erano tutto sommato pudici: una tunica al ginocchio sotto cui spuntavano ampi pantaloni allacciati alle caviglie, mutuati dal costume delle donne turche. Esportati in Europa, i Bloomer, come vennero chiamati i calzoni, faticarono ad affermarsi perché per strada le coraggiose che osavano metterli erano bersaglio di insulti pesanti, e – a seconda della stagione - di palle di neve o frutta marcia. Scacciate anche dalle chiese e dalle sale per conferenze, le sostenitrici dell'abito riformato dovettero aspettare due generazioni e molti incidenti mortali causati dalle ampie e ingestibili crinoline - come restare impigliate nelle ruote dei carri o rovesciare candele e morire carbonizzate – per riuscire a far sentire la loro voce.
Ci vollero i due terribili conflitti del Novecento perché la gente cominciasse ad abituarsi al nuovo indumento, quando - mentre gli uomini erano al fronte - la popolazione femminile fu chiamata a sostituirli al lavoro, nelle fabbriche, nei campi, negli uffici e negli ospedali. Poter uscire di casa, avere la possibilità di lavorare e manovrare denaro, fu una conquista che influenzò profondamente la mentalità femminile, tant'è che negli Venti spopolò il tipo della “garçonne”, detta in Italia “maschietta”, una ragazza magra e piatta che – se non aveva i pantaloni - si tagliava i capelli corti, fumava, si truccava. Un ulteriore contributo fu dato dal cinema americano con l'invenzione dello “Star System”, che promuoveva e valorizzava attori che sarebbero diventati famosi in tutto il mondo. Tra le dive Marlene Dietrich, fotografata per la prima volta durante un viaggio transoceanico in tenuta da yachtman (giacca maschile e calzoni), impose la sua immagine di donna androgina, sensuale e sfacciata che avrebbe continuato a coltivare e a diffondere. Anche Katharine Hepburn, ironica, sportiva ed educata in una famiglia aperta e moderna, non disdegnava i pantaloni. Sulla loro scia le ragazze d'oltre oceano iniziarono a portarli con più disinvoltura soprattutto nel tempo libero, mentre nello stesso periodo in Italia il fascismo si scagliava contro questo indumento che negava i tradizionali ruoli femminili e avviava alla “decadenza della razza”. 
Durante la Seconda Guerra Mondiale donne pilota statunitensi e inglesi furono impiegate – pur non combattendo - per sostituire i colleghi maschi in azioni di supporto militare, al contrario delle aviatrici russe che parteciparono attivamente ai bombardamenti. Nessuna di queste femmine coraggiose aveva la sottana. E dopo? Dagli anni Sessanta in poi grazie all'enorme successo dei jeans – l'uniforme del movimento hippy – e a sarti d'avanguardia come André Courrèges che li introdusse nelle sue collezioni, l'uso dei pantaloni da donna cominciò lentamente ad essere considerato normale anche in Europa e soprattutto in Italia. Alla fine del Novecento le vendite globali dei calzoni aumentarono del 167 per cento, segno che l'emancipazione femminile vestiaria (almeno quella) aveva vinto una millenaria battaglia. 
Fonti:
http://the-toast.net/2014/08/07/wearing-pants-brief-history/http://fashion



mercoledì 27 aprile 2016

Le spericolate acconciature di Maria Antonietta



Quindici anni sono decisamente pochi ai nostri occhi per sposarsi col futuro re di Francia allo scopo di assicurargli una discendenza  e consolidare così le traballanti relazioni tra quel paese e l’Austria. Fu tuttavia quello che accadde a Maria Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena, meglio nota col nome di Maria Antonietta, la sfortunata regina che pagò con la propria testa il fatto di non averne una lungimirante e di avere commesso un mucchio di imprudenze in un periodo storico dove invece era necessario agire con acume, fermezza e diplomazia.  Era stata promessa al Delfino ancora bambina, e prima di partire per Parigi i suoi istitutori viennesi cercarono con fatica di prepararla per il futuro compito;  Maria Antonia tuttavia era capricciosa e svogliata e ai libri preferiva di gran lunga la moda parigina che a quell’epoca era copiata nelle corti e nei salotti di tutta Europa. Non sapeva nulla del fidanzato Luigi Augusto, un ventenne grassoccio che adorava la caccia e aveva l’hobby di montare e smontare orologi e che per sette anni non fu capace di fare all’amore con sua moglie.
Una volta arrivata a Versailles questa ragazza spensierata si trovò  a disagio con le vecchie cariatidi della corte, che ricambiarono l’antipatia soprannominandola “l’autrichienne”, l’austriaca;  trascurata dal marito, isolata e senza alcun ruolo politico, cominciò ad annoiarsi e decise di approfittare dei piaceri della moda e di assumere il ruolo – se non di regina di Francia – di signora assoluta del “bon ton”. 

Uno dei comportamenti che suscitarono la riprovazione della nobiltà fu quella di far venire a corte due persone provenienti dal popolo, la sua sarta personale, Mademoiselle Rose Bertin, e il parrucchiere Leonard Autié. Rose, che servì la sua sovrana per una ventina d’anni, guadagnò grazie a lei e al commercio con le altre dame di corte cifre da capogiro: Maria Antonietta aveva un appannaggio stratosferico (che non le bastava mai) e spendeva follie per lanciare nuove mode che erano immediatamente imitate dalle dame dell’aristocrazia.
Anche Leonard si inserì nel gioco: nel 1774 inventò un’acconciatura alta il doppio della testa della regina, il “pouf”: si trattava di una ridondante costruzione composta da un leggero telaio metallico e cuscini imbottiti su cui venivano tesi i capelli dopo essere stati impomatati e suddivisi in ciocche, a cui si mischiavano metri di garza e altri capelli posticci, boccoli, tirabaci. Il tutto era poi incipriato e guarnito con piume di struzzo, nastri e pietre preziose. Sembra che sulle prime la regina, guardandosi allo specchio, sia rimasta un po’ perplessa, ma quando l’astuto parrucchiere le promise che la sua sarebbe stata tra le acconciatura più alte di Parigi, Maria Antonietta, felice, si lasciò convincere. 

L’invenzione del pouf conquistò il pubblico femminile europeo per sei anni consecutivi, durante i quali l’architettura delle teste arrivò fino a raggiungere il metro di altezza diventando sempre più complessa e stravagante. Leonard, che si considerava un artista e che aveva un gusto fortemente teatrale, inventò per la duchessa di Chartres il pouf “sentimentale”, composto da 14 metri circa di garza su cui ondeggiavano molti pennacchi inframmezzati a figurine in cera: il ritratto del primogenito della nobildonna in braccio alla nutrice, un negretto a cui era molto affezionata e un pappagallo che beccava un piatto di ciliegie.

Quella che si potrebbe chiamare “la febbre del pouf”  mostrò al popolo esterrefatto  donne con la testa piena di sciami di farfalle, di amorini e gabbie con uccelli vivi, di battaglioni in miniatura per le mogli dei militari, di urne crematorie per le signore in lutto (i soggetti andavano dal lezioso al patetico), mentre per mantenere i fiori freschi si tuffavano i gambi in fiale piene d’acqua mescolate ai capelli ; né mancavano le acconciature “alla giardiniera” con carciofi, carote e barbabietole e fiori di patata, tubero a quei tempi considerato velenoso e che grazie a Maria Antonietta diventò popolare.  Eventi storici e di cronaca diedero il via a nuove follie: nel 1778 i francesi si lanciarono nella guerra d’indipendenza americana combattendo con una loro fregata contro la nave inglese Arethusa. Lo scontro fu il pretesto per l’invenzione dell’acconciatura alla Belle Poule, con l’imbarcazione che svettava in cima alle teste, vele al vento, sartiame  e artiglieria compresi. Si può dire che ogni giorno nasceva una nuova pettinatura, scomoda e priva di senso, mentre il paese andava in bancarotta e il popolo, che all’inizio aveva provato simpatia per la coppia reale, cominciò a scaricare su di loro tutto il suo risentimento. Bersaglio preferito furono però l’incosciente sovrana - completamente disinteressata ai bisogni dei francesi - e il suo assurdo tenore di vita: basti dire che quando scoppiò un’insurrezione popolare detta “guerra delle farine” causata dall’aumento del prezzo del grano, l’unica risposta di Maria Antonietta fu mettersi in capo un “berretto alla rivolta”inventato da Rose Bertin.

Solo in un caso la moda contribuì a diffondere un’abitudine sanitaria che avrebbe salvato la vita di molte persone: in Francia il vaiolo era endemico e aveva causato molte morti, tra cui quella straziante di Luigi XV e di una cinquantina di cortigiani residenti a Versailles. Si conosceva tuttavia la pratica dell’inoculazione – venuta dall’Oriente – che consisteva nell’ iniettare una piccola quantità di pus prelevata dalle lesioni di un malato sotto la pelle di un paziente sano, in modo da stimolare la produzione di anticorpi senza causare l’insorgere del morbo. Avendo assistito al decesso del padre, Luigi Augusto si fece coraggio e decise di sottoporre alla pratica sé stesso e i suoi due fratelli. L’esito positivo del trattamento fece nascere la moda del “pouf all’inoculazione” di cui non abbiamo immagini, ma che sappiamo essere stato costituito da un olivo coperto di frutti intorno al quale si arrotolava il serpente del dio della medicina Asclepio, il tutto coronato da un sole che sorge (il re) a simboleggiare il trionfo della scienza sulla malattia. La commemorazione dell’evento, esposta in cima alla testa delle signore alla moda, contribuì a incentivare largamente la pratica a tutto beneficio della salute pubblica.

Le pettinature alte creavano non pochi problemi: intanto erano costosissime, sia per le ore di lavoro dei parrucchieri, sia per la qualità dei materiali usati che comportavano anche l’aggiunta di piume rare, di perle, gioielli e perfino automi. Erano scomode da portare perché tendevano ad impigliarsi nei lampadari e a cadere di sotto quando le signore si affacciavano alla finestre.

I pennacchi erano talmente ingombranti che non entravano dalla porta delle carrozze e la stessa Maria Antonietta dovette rimuoverli per recarsi a un ballo dato dalla duchessa d’Orleans. Per arricciare le chiome occorreva passare una notte intera con la testa carica di bigodini, sedute su una sedia per non disfare il sapiente e fragile edificio. Le pomate erano a base di grassi animali come il midollo di bue o il grasso d’orso, a volte mescolate con componenti vegetali come l’olio di nocciole e aromatizzanti come i chiodi di garofano e l’essenza di limone: così lavorate le acconciature potevano durare una settimana, ma dovevano essere disfatte e lavate prima che il grasso si irrancidisse e la testa si riempisse di parassiti.

Nel 1781 Maria Antonietta diede finalmente alla Francia il suo primo erede al trono che – se risolveva il problema ereditario – causò alla sovrana una catastrofica perdita di capelli. Fu una dura prova per Leonard, che vedeva svanire i suoi privilegi e la sua influenza nonché dimagrire il portafogli. Ma il genio è genio e lui si adattò alla situazione tagliando i capelli della regina piuttosto corti e lasciando qualche boccolo sulla nuca: l’acconciatura fu denominata “à l’enfant” e nel giro di un paio di settimane fu imitata da tutte le dame di corte.
Fu l’ultimo colpo d’estro del parrucchiere che dodici anni dopo dovette riparare in Germania per fuggire alla furia della Rivoluzione. In una fredda mattina di ottobre  del 1793 il boia avrebbe tagliato definitivamente le chiome leggendarie della regina e mostrato la sua testa mozzata e quasi priva di capelli alla folla impazzita e festante.




sabato 28 novembre 2015

Tacchi alti, gioie e dolori

Prima del tacco era la zeppa. Il proverbio “altezza è mezza bellezza” doveva essere condiviso anche dai popoli antichi che – molto prima delle moderne indagini statistiche – avevano capito come le persone alte fossero dotate di un sex-appeal maggiore di quelle di statura medio-bassa. Non sappiamo quale antico artigiano abbia inventato i rialzi sotto la suola delle scarpe, ma già nella Grecia classica facevano parte del guardaroba degli attori e delle etere: i costosi trampoli colorati e dorati di queste ultime erano a volte muniti di suole chiodate che imprimevano sul terreno scritte provocanti del tipo: “seguimi”. L’andatura traballante che le donne assumevano in cima a queste scarpe costituiva già da allora un richiamo erotico, al punto che verso la fine dell’Impero romano San Girolamo condannò le zeppe delle matrone non solo per la loro frivolezza estetica, ma anche per la loro peccaminosa capacità di attrazione fatale. 
Dopo un’eclisse che durò per tutto il medioevo, le zeppe risorsero nella Venezia del rinascimento come vertiginose pantofole alte fino a un braccio, costringendo le signore a camminare appoggiandosi a due cameriere per non volare per terra o ancor peggio in un canale; di probabile origine medio orientale, queste pianelle derivavano forse dagli altissimi zoccoli usati dalle donne per non scottarsi i piedi nei bagni turchi. 
Inutile dire che le europee li adottarono in massa, prima fra tutte la piccolissima Caterina de’ Medici, che per il suo matrimonio con Enrico II di Francia ne sfoggiò un paio ben nascosti sotto le vesti lunghe.
Il passaggio dalla zeppa al tacco nacque però da un’iniziativa maschile. Calzature da uomo di questo tipo erano note da secoli in Medio Oriente, dove erano usate dagli arcieri a cavallo perché permettevano di ancorare meglio il corpo alle staffe, girarsi agevolmente e scoccare la freccia in modo efficace. I tacchi alti vennero introdotti in Occidente attraverso i rapporti diplomatici e mercantili con l’Europa, ma chi li promosse definitivamente fu Luigi XIV di Francia che per rimediare alla bassa statura non solo li volle indossare, ma li impose ai membri della sua corte tingendoli di rosso e decorandoli con scene di battaglie. 
Le scarpe col tacco facevano molto macho e davano all’uomo un’aria marziale; dal momento che per la loro scomodità non potevano essere portate da lavoratori e contadini, diventarono simbolo di status sociale, dimostrando in modo visibile che chi li indossava apparteneva alla classe privilegiata dei ricchi nulla-facenti. Le signore dell’aristocrazia non vollero essere da meno dei loro compagni e se ne appropriarono, mostrando un eccitante piedino da fata che spuntava dalla gonna: le estremità piccole piacevano, come dimostra anche la fiaba di Cenerentola importata in Europa dalla Cina proprio in questo periodo. 

Nel Settecento,  secolo di Cagliostro, Casanova e De Sade, nacque il termine “feticismo”, l’attrazione sessuale per una parte del corpo del partner o per un oggetto di sua proprietà: fu descritto per la prima volta da Restif de la Bretonne che si innamorò delle estremità di Franchette, moglie del suo capo, masturbandosi nelle scarpe alte di lei. Una volta entrato nell’immaginario erotico maschile il tacco da donna ci rimase: nell’Ottocento le nuove tecnologie ne aiutarono la diffusione attraverso le fotografie osé  che ritraevano prostitute vittoriane in mutandoni bianchi ma con calze e stivaletti neri abbottonati fino al polpaccio.
Col Novecento le sottane si accorciarono e il tacco alto ora visibile diventò ancor più espressione di femminilità condita da una punta di trasgressione: dalla garçonne degli anni Venti con le gonne cortissime e i tacchetti audaci, si passò alla pin-up procace degli anni Trenta-Quaranta, vestita il minimo indispensabile ma con le inevitabili scarpe col tacco; dal dopoguerra si volatilizzarono  anche gli ultimi scampoli di tessuto e giornali come Playboy fecero entrare nella cultura di massa immagini di belle ragazze nude con provocanti scarpe vertiginose. Restava però un problema tecnico: i tacchi antichi erano fatti in legno e la loro struttura massiccia non poteva essere né rialzata né assottigliata più di tanto perché avrebbero corso il rischio di spezzarsi. Il lampo di genio risolutore  venne a Roger Vivier, un raffinato artigiano che collaborava con Christian Dior, e che introdusse nel tacco una sottile asta d’acciaio aumentandone la tenuta e la resistenza e permettendo di portarlo fino a 12 centimetri: erano nati i tacchi a spillo, ribattezzati “stiletto” dalla rivista Vogue.  
Oltre a Vivier altri artisti della calzatura cercarono di renderla più alta e leggera utilizzando materiali ultramoderni come la plastica e l’alluminio: André Perugia – che durante la prima guerra mondiale aveva lavorato presso una fabbrica di aerei, cercò di trovare un’equazione “perfetta e adeguata al millimetro come un pezzo di motore” tra scarpe, tacco e peso del corpo, inventando originalissimi modelli con tacchi sferici o a spirale. Un’altra instancabile sperimentatrice di forme e materiali fu l’americana Beth Levine. A lei si deve il perfezionamento delle ciabattine con tacco a spillo, particolarmente difficili da portare perché, non essendo assicurate al piede da una stringa, volavano via con molta facilità: nacque così il modello “Topless”, un’alta suola imbottita che veniva fissata alla pianta con una colla speciale in modo che il tacco sembrasse un’estensione del tallone.
Negli anni Sessanta e Settanta la rivoluzione giovanile e il movimento di liberazione della donna misero in crisi i tacchi alti; il ritorno alla natura degli Hippy muniti di sandali o addirittura coi piedi scalzi o e il rifiuto della donna oggetto da parte del movimento femminista, non potevano accordarsi con l’ ideale maschilista della ragazza piena di curve e inibita dai trampoli. 
Avanzava lo “street style”, il look che veniva creato in strada, che ha definitivamente rivoluzionato  il concetto stesso di moda come fenomeno controllato esclusivamente dall’alto. Il tacco fu affiancato dalle ballerine, dalle sneakers, perfino dai sandali unisex Birkenstok; il gusto della gente poté liberarsi e la scarpa – alta o bassa - diventò l’espressione della personalità di chi la indossa. Dagli anni Ottanta fino ad oggi il tacco alto ha comunque mantenuto il suo status di oggetto erotico, pur arricchendosi di ulteriori significati. Dall’America si impose la nuova cultura urbana del giovane professionista rampante, lo Yuppie, il cui abito doveva essere tagliato per il successo. 

Per sembrare aggressive e sicure le ragazze si vestirono con sobri completi mascolini inalberando vertiginosi tacchi a spillo da predatrice senza complessi. Nel frattempo si è scoperto che i tacchi rialzano il posteriore in modo provocante, aumentandone la curvatura del 25 %. Stilisti come Manolo Blahnik e Christian Louboutin hanno fatto diventare il tacco 12 un’icona di culto. La fortunata serie televisiva “Sex and the City” affermò una volta per tutte che i tacchi stratosferici sono un simbolo vincente di sessualità esibita senza problemi e in definitiva di potere. Sparita la donna- oggetto si è affermata la donna dominatrice.
Oggi il tacco a spillo ha superato sé stesso arrivando anche i venti centimetri delle Armadillo di Alexander McQueen. Le ricerche scientifiche affermano che i trampoli hanno un effetto negativo sulla salute fisiologica: male ai piedi, calli, dita a martello, dolori lombari, e ovviamente il rischio di cadute e storte fanno parte degli inconvenienti collegati al loro uso. Sul web non è difficile rintracciare immagini di indossatrici e rockstar lunghe distese per terra come Lady Gaga, immortalata in uno spettacolare scivolone grazie alle scarpe-feticcio di Kermit Tesoro, un giovane stilista filippino che ha inventato per lei le "zeppe al contrario", appoggiate solo sul davanti e prive di tacco. 

Da qualche anno in America sono comparsi anche i tacchi alti da uomo, riservati alle serate in discoteca. Come racconta un amante del genere sembra che aumentino la visibilità e ingigantiscano il senso di onnipotenza: "La sera non esco mai con meno di 20 centimetri di tacco, li aiutano a vedere al di sopra della mandria..."
Fonti:

Giorgio Riello, Peter MCNell, Scarpe, Angelo Colla Editore

sabato 31 ottobre 2015

Il nero: metamorfosi di un colore

Linea e stile ma anche portabilità e praticità: così Coco Chanel intendeva la sua moda, indirizzata in particolare alle donne che lavoravano fuori casa, fenomeno che si stava diffondendo proprio negli anni Venti del secolo scorso.  Sorretta da questa filosofia, nel 1926 lanciò un rivoluzionario abito nero stretto e corto, il Tubino o - alla francese - “Petite robe noire”, ispirandosi ai grembiali delle istitutrici dell’orfanotrofio in cui aveva trascorso la sua infanzia. Un abito comodo, che slanciava e poteva essere indossato da tutte, ma che suscitò scandalo perché dall’epoca della regina Vittoria non si riteneva opportuno indossare quel colore funereo al di fuori delle occasioni di lutto. Rompendo con la tradizione Chanel riportò in auge un colore (o come alcuni pensano, un non-colore) che aveva conosciuto in passato tempi di gloria senza essere necessariamente associato alla perdita di una persona cara. Il capo, nella sua versione da sera, diventerà poi popolarissimo negli anni Sessanta quando fu indossato con disinvoltura da Audrey Hepburn nel film "Colazione da Tiffany" mentre mangiava un croissant di fronte alla vetrina della celebre gioielleria.
Nell’antichità i colori degli abiti avevano un impatto simbolico molto più incisivo che in epoca moderna, ma potevano anche suggerire – come del resto oggi - significati ambivalenti che dipendevano dai contesti culturali e dalle variabili storiche, senza escludere aspetti di interpretazione personale. Così, per fermarsi solo alla triade bianco, rosso e nero,  il primo era simbolo di purezza e onestà, ma poteva anche segnalare la lugubre presenza del defunto (i sudari dei cadaveri e i mantelli dei fantasmi), il secondo era associato alla vitalità e all’esercizio del potere oltre che alle tentazioni della carne (tra i vizi capitali orgoglio e lussuria si tingevano di rosso), mentre l’ultimo era stigmatizzato come colore della morte e del diavolo, ma anche della dignità e della serietà. Un esempio dell’ambiguità del nero nel Medioevo fu la diatriba che oppose  San Bernardo di Chiaravalle e i suoi monaci cistercensi dalla tonaca bianca, a quelli dell’abbazia di Cluny, che indossavano il saio nero dei benedettini: il Santo scrisse all’abate cluniacense rimproverandolo di imporre ai suoi la tinta del demonio, e siccome all’epoca queste cose erano prese terribilmente sul serio, ne nacque un litigio che durò una ventina d’anni. 

Come indicazione funebre il nero ha, nell’abbigliamento europeo, una storia abbastanza recente: i primi a portare un abito scuro in segno di lutto furono i romani, che si mettevano per l’occasione la “toga pulla”, un mantello di colore grigio o marrone. Nel Medioevo l’usanza fu dimenticata anche per motivi tecnici ed economici: ricavare questo tipo di tintura per colorare i drappi era tutt’altro che facile in epoca preindustriale. Tutti i coloranti erano infatti ottenuti dalla manipolazione di vegetali, alghe, licheni, molluschi e insetti dai quali si ricavava un liquido in cui venivano immersi i tessuti e il cui costo variava a seconda della rarità e disponibilità della materia prima. 
Tra le tinte più difficili c’era il nero, che poteva essere ottenuto dalla limatura di ferro, ma che sbiadiva facilmente degenerando in scialbe tonalità grigie e marroni. Molto più stabile e pregiata era la galla, un’escrescenza che si forma su alcune piante in seguito all’attacco di parassiti; l’alto prezzo del prodotto derivava dall’enorme numero di galle che serviva per colorare una pezza intera e dal fatto che le migliori venivano importate dall’Oriente o dall’Africa.
La moda del medioevo e di parte del rinascimento fu illuminata da una festa vivacissima di colori che non si interruppe nemmeno durante la Grande Peste che colpì l’Europa tra il 1346 e il 1350: a quei tempi il lutto era infatti caratterizzato da tinte scure tendenti al grigio, al verde o all’azzurro cupi.  Per le cariche civiche come magistrati e giureconsulti il nero simboleggiava autorità morale e probità: a Venezia ad esempio era imposto per legge ai medici, mentre a Bologna era il colore degli scolari dello Studio.  Al contrario in alcune città era proibito alle persone di dubbia reputazione, come indica uno Statuto di Modena che lo vieta espressamente alle meretrici, obbligate a indossare tinte sgargianti per distinguerle dalle “donne oneste”. L’eleganza composta e austera del costoso nero di galla affascinò anche il patriziato urbano e le corti signorili, dal momento che  monarchi come il duca di Borgogna Filippo il Buono - e dopo di lui del figlio Carlo il Temerario - non mancarono di inserirlo nei loro guardaroba. Bisogna tuttavia aspettare il XVI secolo perché tutto l’abbigliamento maschile europeo si tinga d’inchiostro. 
E’ un dato assodato nella storia della moda che chi vince le guerre e arriva al potere detta il proprio stile agli sconfitti: così quando Carlo V d’Asburgo si trovò a dominare addirittura tre continenti, la sua corte impose i propri codici d’abbigliamento di cui faceva parte anche il nero assoluto, considerato dall’imperatore un colore degno del suo rango e altresì simbolo della virtù della Temperanza, di cui nei suoi comportamenti si faceva interprete. Dalla corte di Spagna il nero valicò le Alpi e si estese anche all’Italia, dove Baldassarre  Castiglione, nel suo “Libro del Cortegiano” lo consiglia agli uomini del bel mondo per esprimere gravità e sussiego. L’avanzamento delle tecniche tintorie, della sartoria e della tessitura, permetteva ormai di differenziare vari tipi di nero in un gioco raffinatissimo di opacità e lucentezze, e moltissimi artisti cinquecenteschi, da Tiziano a Giovan Battista Moroni, da Lorenzo Lotto al Parmigianino rappresentarono i loro committenti in nero totale, interrotto solo dal biancheggiare dei colletti e dallo sfavillio delle catene d’oro.
Nella seconda metà dello stesso secolo il Concilio di Trento dette avvio alla Controriforma che volle dare una potente stretta all’opposizione di luterani e calvinisti al papato di Roma. Entrambi gli schieramenti abbracciarono una religiosità severa e rigorosa che respingeva con fermezza ogni frivola e peccaminosa pratica mondana:  nei paesi dove aveva vinto la Riforma protestante, come l’Olanda, la Scandinavia e parte della Germania, si predicò la mortificazione del corpo e l’uso di vesti tenebrose, mentre nelle zone rimaste cattoliche dell’Europa un buon cristiano doveva rinunciare alla sua vanità evitando i colori vivaci e vestendosi di scuro o addirittura di nero. Ritornarono in auge anche le medievali credenze sul Diavolo, che ormai si sospettava essere dappertutto: dal 1550 e per lungo tempo quest’idea incrementò il fenomeno della caccia alle streghe. Le descrizioni delle povere donne che, sotto tortura, ammettevano di aver partecipato a un sabba, riferiscono che in queste cerimonie notturne il corpo doveva essere tinto di fuliggine mentre gli abiti erano neri come il Demonio che interveniva in forma di caprone. 
Ancora tinte fosche nel Seicento, secolo di guerre, conflitti religiosi, epidemie e pestilenze e – come se non bastasse – oppresso da un brusco abbassamento della temperatura media che causò una pesante carestia;  la grave crisi sociale stimolò la riflessione sulla caducità della vita e la miseria fisica e morale dell’uomo. La morte era onnipresente e con essa cominciarono a codificarsi le pratiche del lutto nelle forme vestiarie, nell’arredamento e addirittura nei gioielli, tra tutti il “Memento mori”, un ciondolo prezioso a forma di bara con un piccolo cadavere incapsulato. E’ in questo periodo che Charles de Lorme, medico di Luigi XIII di Francia, ideò per coloro che curavano gli appestati una veste idrorepellente in tela cerata nera lunga fino ai piedi, comprensiva di guanti, scarpe e cappello a tesa larga. Il lugubre abito era completato da una maschera a becco d’uccello dentro la quale erano inserite sostanze aromatiche e una spugna imbevuta d’aceto che si credeva proteggessero dal morbo. La maschera del medico della peste è poi passata ai costumi carnevaleschi di Venezia. 
Nel XVII secolo Isaac Newton dimostrò che la luce bianca del sole era composta da uno spettro di sette colori: la scoperta estromise in qualche modo il bianco - e soprattutto il nero - dal sistema cromatico e assegnò a quest’ultimo il ruolo di non-colore, questione in parte aperta anche al giorno d’oggi. 
Col secolo dei Lumi, anche grazie all’influenza degli scritti di Rousseau e degli enciclopedisti, si ritornò alla natura e gli abiti si accesero di note primaverili, azzurri, verdi, blu, bianco e rosa, con le uniche eccezioni della Spagna e dell’Italia dove persino a Venezia, durante il lunghissimo periodo di carnevale, ci si copriva il capo con un cappuccio di pizzo nero, la Bautta, che accoppiata a una maschera bianca detta Larva restituiva un’idea d’inquietante mistero. All’Illuminismo si contrappose ben presto il Romanticismo, coi suoi eroi angosciati, malaticci e malinconici. Al volgere dell’Ottocento i romanzi gotici proclamarono il trionfo della morte e della notte, loro compagna, assieme all’inevitabile colore nero che dominerà tutto il secolo in particolare nella moda maschile. La tendenza – che sarebbe durata fino agli anni venti del Novecento -  era sostenuta anche dall’ascesa della borghesia dopo la Rivoluzione francese: la nuova classe dominante rispolverò la simbologia medievale di questo colore cercando di dimostrare con frac, redingotes, cappotti monocolore e senza fronzoli, l'onestà del buon cittadino teso al lavoro, al guadagno, alla compattezza
del nucleo famigliare.
Da questo momento in poi in Occidente si richiese a dirigenti, banchieri e uomini politici e di legge di indossare abiti scuri per attestare al mondo la proprie – vere o presunte - sobrietà e professionalità; tuttora la frase “è gradito l’abito scuro” corrisponde all’invito a preferire un abbigliamento serio e formale.   Nel XIX secolo anche i ceti popolari furono contagiati dal fenomeno del nero, pur con motivi per del tutto diversi: si sperava infatti  che questa tetra tonalità nascondesse la povertà delle stoffe logore, e desse una parvenza di dignità a chi era in fondo alla scala sociale; quest’usanza era talmente diffusa che dal 1857 una ditta inglese cominciò a produrre un corredo interamente nero adatto agli emigranti. Alle signore invece i colori erano permessi eccezion fatta  per la morte di un famigliare o del coniuge, occasione in cui i codici vestiari variavano a seconda del grado di parentela con la persona scomparsa e del tempo trascorso dalla morte: lutto stretto nei primi mesi, poi mezzo lutto  e fine del lutto, periodi in cui ci si riappropriava gradualmente di tinte più vivaci e di gioielli via via più importanti. Lo sviluppo tecnologico e la nascita dei coloranti artificiali permettevano ormai di ottenere infinite nuance, e forse anche per questo dalla seconda metà del secolo si attivò la produzione specializzata di interi guardaroba adatti alle occasioni del cordoglio che comprendevano non solo vestiti ma anche borse, scarpe e cappelli e persino la biancheria, calze comprese.

A cavallo tra Ottocento e Novecento il tema della “Femme fatale”, la maliarda divoratrice di uomini e patrimoni ispirato dal Decadentismo, introdusse un nuovo utilizzo del nero in funzione erotica che non contagiò solo le ballerine di Can Can e le donne di facili costumi che - seducenti e ammiccanti – mostravano le gambe inguainate in sensualissime calze nere, ma anche le signore della borghesia bene, strette nell’abito da ballo color notte, che metteva in evidenza per contrasto l’avorio delle spalle, del seno e delle braccia. Il cinema appena nato diventò un vero e proprio veicolo di diffusione delle mode e lanciò a varie riprese attrici che impersonavano l’archetipo della seduttrice: dall’americana Theda Bara (anagramma dall’inglese arab death, ossia morte araba), la prima vamp dello schermo, a  Rita Hayworth, che nel film “Gilda” del 1946 esercitava il suo magnetico sex appeal completamente inguainata di nero. Durante gli anni Venti e Trenta il romanzo hard-boiled americano – che doveva il suo successo a scrittori come Dashiell Hammet e Raymond Chandler lanciò la figura della Dark lady  gelida e ingannatrice, di fronte alla cui oscura malvagità la vamp sembrava un giglio di campo;  nello stesso periodo questa visione pessimista e maschilista della femminilità fu ironicamente presa in giro sul quotidiano statunitense New Yorker dalle  vignette di Charles Addams, che prestò il suo cognome alle vicende della celeberrima famiglia, la quale assurse però a fama mondiale solo negli anni ’60, quando fu trasferita dalla carta al mezzo televisivo in una serie che sbeffeggiava comportamenti e fobie della borghesia americana di quei tempi. Tra tutti il personaggio di Morticia, altera, bizzarra ed elegante, anticipava di vent’anni la moda gotica vestendosi completamente di nero.
Nel dopoguerra irruppe sulla scena internazionale la protesta giovanile: nelle periferie, i ragazzi cominciarono ad aggregarsi in gruppi che cercavano la loro identità e autonomia rispetto al mondo degli adulti.  I segni di riconoscimento di queste band erano la passione per il rock’n’ roll, le moto  potenti e l’abbigliamento non convenzionale: fu ancora una volta il cinema ad appropriarsi del fenomeno e proporre – pur tra pesanti polemiche - la figura del ribelle Johnny “il selvaggio”, un Marlon Brando a cavallo di una Triumph Thunderbird 6T, in jeans e giubbotto di pelle nera, mitico capo mutuato dalla divisa degli aviatori americani. Da allora in poi il colore nero - contrassegno di un’estetica nichilista - fu adottato come manifestazione di opposizione alla società e rottura dalla tradizione: dagli Esistenzialisti, ai Punk degli anni Settanta col loro motto “no future”, ai Goth inglesi degli Ottanta – conosciuti in Italia come Dark - che introdussero la moda gotica ed erano portatori di uno stile assai più radicale che escluse qualsiasi tipo di colore, mentre il nero debordava dall’abito fino ai capelli, agli accessori, allo smalto per le unghie. 
Come contropartita la TV statunitense cercò di proporre una versione edulcorata degli insofferenti giovani delle periferie urbane, introducendo nella fortunata sitcom Happy days il personaggio di Fonzie,  un meccanico e latin lover anticonformista e venuto dalla strada – e per questo munito di regolamentare giubbotto nero - ma pur sempre legato da amicizia leale con un gruppo di studenti che provenivano da famiglie-bene. 

La ribellione è nera anche nel colore della pelle: nel 1968 durante i giochi olimpici di Città del Messico, due velocisti afroamericani - Tommie Smith e John Carlos – salirono sul podio per ritirare l'oro e il bronzo dei 200 metri, alzando il pugno calzato da un guanto nero, gesto che voleva portare all'attenzione del pubblico mondiale, il movimento statunitense delle Pantere nere, che lottava per i diritti dei loro connazionali emarginati.
Dal secolo scorso al giorno d’oggi il nero ha mantenuto l’ambivalenza che lo ha caratterizzato in passato: simbolo di mistero, malinconia, rifiuto e depressione, viene considerato demoniaco e mortifero se associato al conte Dracula, alle camicie nere dei fascisti, alle divise dei nazisti, all’attuale bandiera dello Stato islamico, ma diventa emblema di giustizia nel costume degli eroi della letteratura, del cinema e del fumetto come Zorro, Batman e Diabolik. Tinta positiva della decisione – si dice infatti “mettere nero su bianco” – attualmente ha perso
completamente la connotazione legata al lusso, pur se rimane indice di sobrietà, contegno e raffinatezza e per questo è a volte riproposto dagli stilisti: memorabile le collezioni di  Dolce & Gabbana - che alla fine degli anni Ottanta imposero il look della donna siciliana tradizionale e nerovestita ispirandosi a Monica Vitti ne:”La ragazza con la pistola” o del giapponese Yohji Yamamoto la cui scelta del nero è motivata dalla ricerca dell’essenza dell’abito. 
Fonti:
Michel Pastoureau, Nero. Storia di un colore, Ponte alle grazie
Bianco e nero, a cura di Grazietta Buttazzi e Alessandra Mottola Molfino, Ed. De Agostini


mercoledì 20 maggio 2015

La cosmesi egizia tra religione ed estetica


Una delle cause del fascino sempreverde dell'antico Egitto, è lo stato cristallizzato di bellezza - immune da vecchiaia, brutture e malattie - con cui i Faraoni, i notabili e le loro consorti hanno consegnato ai posteri le loro immagini dipinte e scolpite. Il dono dell'eterna giovinezza faceva parte delle delizie dell'aldilà: come nella loro vita terrena il defunto e la defunta non si facevano mancare la loro fornitura perenne di cosmetici contenuti in meravigliosi e raffinati beauty case che custodivano lo specchio in metallo lucidato, i vasetti, i balsamari e i cucchiai per le creme, le pinzette per depilarsi le sopracciglia e i bastoncini per il trucco.L'uso di questi prodotti è attestato nel paese fin dai tempi più antichi: nata come fenomeno religioso, la cosmesi si esprimeva negli interventi estetici sul corpo del Faraone, nei riti di iniziazione, nelle operazioni di imbalsamazione, nella decorazione giornaliera delle statue degli dei accompagnati sempre da formule e preghiere. Come è noto gli egiziani adoravano animali e piante che collegavano alla creazione, alla morte e alla resurrezione: truccarsi per loro non era un
semplice atto di abbellimento ma la premessa per l'invenzione di un corpo incorruttibile. la cosmesi era spesso associata alla medicina e alla magia, per cui non meraviglia che gli ingredienti per queste pratiche fossero spesso i medesimi, mentre le varie ricette - parzialmente giunte fino a noi grazie ai cosiddetti "papiri medici" - venivano elaborate salmodiando formule scaramantiche per propiziarsi l'aiuto degli dei e allontanare gli spiriti maligni.
Dobbiamo ad Erodoto la descrizione della fertilità del terra inondata dal Nilo da cui gli egizi traevano senza fatica piante e frutti: tra le moltissime specie a disposizione, particolarmente apprezzate per uso cosmetico erano quelle oleose e resinose ricavate da alcuni tipi di palma, e quelle intensamente profumate come l’incenso, la mirra, il cinnamomo, il ginepro e il coriandolo. Per le classi povere c’era invece l’olio di ricino, che – racconta Erodoto – era usato per le lampade e per ungere il corpo ed emetteva “un odore nauseabondo”. 
Nelle fantasiose ricette  rientrano anche animali magici: per prevenire i capelli bianchi una di queste suggerisce di “spalmarsi con un unguento fatto con la vertebra di un uccello mescolata a puro laudano, poi stendere la mano sul dorso di un nibbio vivo e appoggiare la testa su una rondine viva”. Il significato simbolico che gli egizi attribuivano a questo grazioso migratore, che spariva per luoghi misteriosi e puntualmente  ricompariva ogni anno, era collegato all’idea che portasse via con sé il male e la negatività. Tra le varie forme di magia, molto praticata era quella di tipo “simpatico”, secondo la credenza, arrivata fino a noi tramite l’omeopatia, che il simile cura il simile: così una curiosa ricetta per scurire le chiome mescola preparati ricavati da animali rigorosamente neri: sangue del corno di un bue, fegato d’asino, un girino e un topo.
 Nella vita di tutti i giorni la cura del corpo era fondamentale: in una popolazione che non superava un livello medio di vita di quarant’anni, si cercava a tutti i costi di combattere la vecchiaia e mantenere  il fisico in forma e in buona salute. Le sostanze cosmetiche e aromatiche e in generale tutto ciò che serviva ad abbellire erano talmente importanti che, per chi vi lavorava all’interno del  palazzo reale, erano perfino previste cariche onorifiche come quella di “soprastante e distributore di unguenti”. La bellezza  inoltre, era legata come oggi alla capacità di conquistare amore e avere rapporti sessuali soddisfacenti. Dal momento che la sessualità non era considerata un tabù ma semmai una promessa di rinascita, la seduzione femminile si concentrava oltre che sugli occhi, sui fianchi e il seno, le due zone del corpo collegate con la maternità; la donna ideale infatti era slanciata ma aveva i fianchi arrotondati e il ventre leggermente sporgente.
Gli egiziani abbienti e beneducati si detergevano al risveglio e prima e dopo i pasti principali; al posto del  sapone, ancora sconosciuto, si usava una pasta a base di cenere e di argilla, calcite, sale, miele, natron, un carbonato di sodio idrato che si estraeva in varie zone del paese. Lo si adoperava anche per l’igiene orale, sfregandoselo sui denti  con un ramoscello sfilacciato. Nonostante la cura della bocca e l’abitudine di masticare preparati dall’aroma molto intenso, l’alito degli egizi doveva essere piuttosto pesante visto che in molte mummie – come quella del novantenne  Ramesse II – si sono scoperti carie ed ascessi dentali. Poiché la pelle liscia era un importante elemento di seduzione, uomini e donne proseguivano la toilette rasandosi il corpo: il papiro Ebers riporta una curiosa ricetta depilatoria che consiste nel bollire e applicare sulla parte ossa di corvo carbonizzate, escrementi di mosca, olio, succo di sicomoro, gomma, melone. Dopo questi trattamenti ci si frizionava con prodotti a base di incenso o altre pomate odorose. Nel clima torrido e assolato dell’Egitto ci si ungeva la pelle per evitare rughe, screpolature o dolorose scottature. Questa pratica non era limitata alla sola classe agiata, ma estesa a tutta la popolazione: prova ne sia che sotto Ramesse III vi fu uno sciopero degli operai addetti alla necropoli di Tebe, perché non venivano consegnate le derrate alimentari, la birra e le scorte di oli solari.
Per le signore esistevano numerose maschere di bellezza, descritte dai papiri con termini miracolistici: l’olio di mandorle serviva “per trasformare un vecchio in giovane”, mentre per altre ricette analoghe si utilizzavano miele, natron rosso e sale marino mescolati in una massa omogenea; per schiarire l’epidermide e renderla perfetta era invece opportuno aggiungere polvere d’alabastro. L’invecchiamento era temutissimo e combattuto con preparati specifici contro le rughe a base di resine aromatiche, cera, olio ottenuto dall’albero di moringa e dal calamo, una pianta palustre le cui foglie profumano di limone. Un’altra formula per ringiovanire contiene: “fiele di bue, olio, gomma, uovo di struzzo in polvere, olio di pino, miele, farina di alabastro, latte materno, fritta egizia (un pigmento ottenuto mescolando tra loro rame e ossido di calcio). Resine, mucillagini, sostanze animali e vegetali venivano macinati in casa, pestati con cura in un mortaio e applicati sul viso ogni giorno. Per debellare la concorrenza di altre donne e distruggerne la bellezza si ricorreva alla magia nera: per far perdere i capelli a una rivale bisognava cuocere nel grasso un verme, una salamandra e una foglia di loto e spalmarle il tutto in testa, sempre che la malcapitata se lo lasciasse fare. Tra i cosmetici propriamente detti vi erano quelli per il viso e per il corpo, le labbra, le unghie e gli occhi. L’uso di sottolinearli era collegato al mito di Horus, il cui occhio era un potente amuleto che simboleggiava tra l’altro buona salute e prosperità. Questo tipo di trucco era adoperato fin dall’infanzia sia come protezione dalle malattie oftalmiche molto diffuse a causa del clima, del vento secco e degli insetti, sia contro le influenze negative del malocchio. Il nero del contorno – che con voce araba chiamiamo kohl - era ricavato da sostanze oggi considerate tossiche, come la galena e l’antimonio mescolate a grasso animale, resine e linfa di sicomoro, mentre il verde dell’ombretto era ottenuto dalla malachite polverizzata.
Per il trucco del resto del corpo si adoperavano altri coloranti: le guance e la bocca erano dipinte con ocra rossa, le unghie con l’henné. Il tutto era posto sotto la protezione di varie divinità tra cui  il brutto e deforme nano Bes – rappresentato su oggetti di uso domestico e sui vasi per cosmetici – incaricato di proteggere madri e neonati dagli spiriti maligni che lui scacciava facendo smorfie e mostrando la lingua.

Fonti:
Giuliano Imperiali, L’antica medicina egizia, Xenia, 1995
Enrichetta Leospo, Mario Tosi, La donna nell’antico Egitto, Giunti, 1997
Paolo Rovesti, alla ricerca dei cosmetici perduti, Blow-up, Venezia, 1975

mercoledì 15 aprile 2015

Abito alla costituzione, fibbie alla Bastiglia, orecchini alla ghigliottina

Quando il marchese di Dreux-Brézé, gran cerimoniere di Luigi XVI di Francia, organizzò per
 il 5 maggio 1789 l’apertura degli Stati Generali – assemblea che rappresentava i tre ceti sociali del paese – escogitò l’idea di rimarcare le differenze di classe tra aristocratici, clero e cittadini comuni obbligando questi ultimi ad indossare un semplice abito nero, senza spada e senza ornamenti, a fronte delle sete, delle fodere dorate, dei gioielli, dei mantelli e dei pennacchi permessi agli altri. Il drammatico contrasto, voluto per far pesare ai cittadini la loro condizione di inferiorità, era lo specchio del sistema feudale a cui era sottoposto il paese: il 14 luglio dello stesso anno con la presa della Bastiglia ebbe inizio la Rivoluzione che, sul piano della moda, costituì una rottura radicale con l’Antico regime vestimentario.
Alla base del cambiamento di gusto ci fu il rigetto da parte della popolazione per tutto ciò che poteva anche lontanamente ricordare l’odiata aristocrazia: cipria e parrucche, busti e  sottogonne rigide sparirono dalla circolazione, mentre gli uomini adottarono calzoni lunghi al posto delle culottes, ossia le braghe sotto al ginocchio usate dalla nobiltà (il nome dei famosi sanculotti, i patrioti più radicali, derivava appunto dall’epiteto sans-culottes). Chi si azzardava a indossarle o ad ostentare sete, gioielli e sfarzose decorazioni, correva il rischio di essere identificato a vista come filo-monarchico e finire sotto la lama della ghigliottina.
Sembrerebbe ovvio che in un periodo così drammatico una questione frivola come il guardaroba dovesse essere messa nel dimenticatoio, ma ciò avvenne solo in parte, e anche nella situazione convulsa della Francia l’interesse per l’abbigliamento non si spense del tutto. Alcuni giornali di moda resistettero eroicamente e, pur evitando del tutto di menzionare le circostanze politiche, pubblicarono modelli femminili e maschili che vi si riferivano: abiti e cappelli patriottici coi colori di Parigi, il blu e il rosso, che sarebbero poi entrati nella bandiera francese e che ostentavano la coccarda “Alla nazione”; oppure vestiti “à la Constitution”, “à la Démocrate”, ai “Tre ordini” con evidente attinenza ai gruppi componenti gli Stati generali. Dopo la presa della Bastiglia, la riproduzione dell’antica fortezza che simboleggiava l’oppressione assolutista diventò un motivo ricorrente nella decorazione dei mobili, delle maniglie delle porte, e perfino dei bottoni e delle fibbie per scarpe, mentre si crearono gioielli in ferro con incastonati frammenti delle sue pietre. Le follie modaiole non si spensero nemmeno sotto il Terrore quando le signore à la page esibirono orecchini in ferro “alla ghigliottina” e ventagli decorati col funereo strumento di morte.
La ventata di libertà che travolse la Francia fece decadere gli odiosi regolamenti censori – allora diffusi in tutta Europa -  che vietavano alla gente di indossare ciò che desiderava, e le vesti non poterono più essere considerate uno spartiacque sociale. Di conseguenza l’8 Brumaio anno II, corrispondente al 29 ottobre 1793, la Convenzione emanò il seguente decreto: "Nessuna persona dell'uno o dell'altro sesso, potrà costringere alcun cittadino o cittadina a vestirsi in modo particolare, sotto pena di essere trattata come sospetta, o perseguita come perturbatrice della pubblica quiete; ognuno è libero di portare l'abito o gli accessori che preferisce”.
Un anno dopo, la caduta di Robespierre e la fine del Terrore, permisero alla cittadinanza entusiasta di mettere in pratica il suo desiderio di emancipazione modaiola e le vetrine dei negozi tornarono a riempirsi di merci. I francesi usciti di prigione o di ritorno dall’esilio si abbandonarono ai piaceri della vita; a costoro furono anche restituiti i beni confiscati dal governo rivoluzionario: approfittando del giro di fortuna gli scampati istituirono “I balli delle vittime”, riunioni danzanti a cui potevano intervenire solo coloro che avessero avuto almeno un parente ghigliottinato. Sebbene queste feste fossero disapprovate da molti, per coloro che intervennero dovettero costituire un momento di catarsi collettiva: i partecipanti erano abbigliati con emblemi luttuosi, mentre le signore, che avevano la testa rasata come le condannate a morte, indossavano un nastro rosso intrecciato sulla schiena, detto “Croisures à la victime” che doveva ricordare il taglio della testa.
La linea degli abiti si era andata modificando dall’inizio della Rivoluzione con l’affermazione di una moda che cercava la semplificazione e la leggerezza: ridotte in larghezza, le vesti  femminili non avevano più busti né armature interne ma solo una breve arricciatura ai fianchi, mentre cominciarono a preferirsi leggeri e chiari tessuti di mussola su cui portare una giacca o una redingote. Il nuovo stile sobrio e verticale è da collegarsi anche con la scoperta di Pompei ed Ercolano i cui scavi, iniziati a partire dal 1748, causarono in Europa una vera e propria mania per l'arte greco-romana e per la linearità delle vesti antiche, che si credevano bianche senza sapere che i colori con cui erano state dipinte le statue si erano completamente dilavati nei secoli.
In Francia, che dai tempi del re Sole era il centro mondiale di ogni tendenza, pioniere del nuovo gusto furono Juliette Recamier e Madame Tallien (detta nostra signora del Termidoro), tra le maggiori esponenti del jet - set parigino. Come loro, le donne che si vestivano "a l'antique" erano chiamate "Merveilleuse", mentre i loro azzimati compagni erano detti “Incroyable”; questi ultimi erano riconoscibili per i vestiti strapazzati dai colletti enormi, per i cravattoni che coprivano il mento come una sorta di “collare ortopedico”, per le calze colorate e attorcigliate alle caviglie, per i capelli lunghi che creavano un effetto – come si diceva allora – “a orecchie di cane”.
Tornando alla moda femminile, tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento si portò l’interpretazione dello stile greco fino agli estremi; forse a causa del processo di laicizzazione totale avviatosi con la Rivoluzione, o forse per un comprensibile bisogno di libertà dopo che il corpo era stato ingabbiato per secoli dal metallo, dal vimini e dalle stecche di balena, le donne iniziarono a spogliarsi indossando vesti trasparentissime sotto cui al massimo mettevano una calzamaglia color carne. Per un certo periodo per la signora alla moda fu un punto d’onore di non avere addosso più di due etti di indumenti, scarpe comprese. Tuttavia braccia scoperte, glutei in evidenza, scollature abissali anche d’inverno, promettevano raffreddori e polmoniti e diventarono il bersaglio dei caricaturisti e dei monelli in strada; la cosa andò avanti fino a quando Napoleone Bonaparte, ormai insediatosi, convinse la moglie Giuseppina di Beauharnais – il cui abbigliamento era ammirato e copiato dalla popolazione femminile - a indossare grandi e caldi scialli di cachemire indiano, cui seguì a breve il ritorno dei soprabiti. Cessata l’ondata rivoluzionaria, il corpo delle donne tornò a coprirsi in vista di una nuova definizione delle regole di moda, ormai dettate non dall’aristocrazia, ma dalla borghesia, nuova classe emergente dal conflitto.

Bibliografia: