venerdì 28 luglio 2017

Come eravamo: il costume da bagno femminile dai mutandoni della nonna al tanga

Nell'estate del 1824 la vedova di Carlo X di Borbone, la principessa Maria Carolina Ferdinanda Luisa di Berry, decise di prendere un bagno nelle non calde acque di Dieppe, nell'alta Normandia. Si tuffò in mare completamente vestita con un abito in panno, scarpette di vernice, cappello e guanti, inaugurando con sprezzo del pericolo la moda dei bagni di mare e facendo scandalizzare le corti di mezza Europa. Questa donna spregiudicata e moderna in realtà aveva copiato l'idea dall'Inghilterra, dove questa pratica era in uso dal XVIII secolo, prima del quale quella vastità acquea senza fine era vista come qualcosa di misterioso e pericoloso, un elemento popolato da terribili mostri marini, che costringeva la gente – aristocrazia compresa – a tuffarsi nelle onde più rassicuranti dei fiumi. Si indossavano per la bisogna camicioni di tela robusta e cappelli, dal momento che l'imperativo della moda imponeva alle signore una pelle lattea, sicuro stigma di nobiltà rispetto all'abbronzatura rozza delle contadine. Questi sacchi informi coprivano il corpo anche per motivi di pudore, gli stessi per cui uomini e donne si immergevano in spazi separati, scendendo in acqua direttamente da carretti di legno chiusi detti “macchine da bagno” che permettevano di effettuare il cambio degli abiti senza essere visti. Tutto questo armeggiare ci dice come a quell'epoca la visione – non solo del corpo intero, ma anche di parti come le caviglie – fosse considerata altamente sconveniente; non a caso un confidente della Serenissima Repubblica di Venezia nel 1762 segnala come meretrici le signore che si azzardavano a fare il bagno al Lido. Il graduale scoprirsi di ulteriori porzioni e l'intervento della censura fanno parte della storia del costume da bagno e della lotta per l'emancipazione verso la quasi nudità.

La prima rappresentazione di un due pezzi femminile risale all'epoca romana: un ambiente di servizio della grande Villa del Casale di Piazza Armerina in Sicilia, è pavimentato con un famoso mosaico che mostra dieci fanciulle in slip e reggiseno mentre compiono degli esercizi ginnici, eseguiti – non sappiamo se in palestra o per allietare dei commensali – ma comunque all'asciutto. La rigida morale cristiana mise una pietra tombale sull'esibizione del corpo in pubblico e sarebbe stata la diffusione delle vacanze al mare a partire dall'Ottocento che avrebbe riaperto il problema di come tuffarsi in acqua senza essere trascinati in fondo dal peso del tessuto inzuppato. Nel frattempo (grazie a Lavoisier) la chimica aveva scoperto l'esistenza dell'ossigeno, mentre i medici avevano cominciato a prescrivere l'aria pura e l'acqua di mare per la cura di parecchie malattie. Con la passione per la talassoterapia nacquero i primi stabilimenti balneari in cui le signore si recarono completamente vestite almeno fino al 1860, quando i giornali di moda iniziarono a pubblicare le prime e pudicissime illustrazioni di costumi da bagno: pantaloni larghi e lunghi fino ai garretti, una giacchina con maniche che copriva i fianchi (entrambi rigorosamente neri), una cuffia munita di visiera parasole, senza dimenticare le scarpe e naturalmente il busto, con cui entravano in acqua le sciagurate che volevano esibire a tutti i costi la vita di vespa
A scuotere quella castigata processione balneare pensò la nuotatrice e attrice australiana Annette Kellermann che in una calda domenica d'estate del 1908 si presentò in una spiaggia vicino a Boston con un costume nero di lana che le lasciava scoperte braccia e gambe, una provocazione inaudita che le costò l'arresto. In seguito, per niente intimidita, lanciò una sua linea di costumi che ebbe un notevole successo. Era l'inizio di una battaglia che le ragazze avrebbero combattuto contro la censura per una sessantina d'anni. Armati di metro regolamentare poliziotti e guardiani del buon costume cominciarono a percorrere in lungo e in largo le coste per controllare lunghezze, misurare scollature, multare o perfino mettere in galera le spudorate, ma era una lotta perduta in partenza: all'inizio degli anni Ruggenti con una maggiore coscienza dell'importanza della salute personale e dell'esercizio fisico tramite il nuoto, i costumi da bagno si accorciarono ulteriormente. Il business della moda aveva fatto il resto, introducendo modelli sbarazzini a colori vivaci. Le nuove linee furono anche influenzate dalla diffusione dell'abbronzatura, non si sa se lanciata dalla cantante Marthe Davelli o da Coco Chanel al ritorno da una vacanza a Biarritz. Negli anni Trenta cadde un'ulteriore frontiera del pudore: la stilista italiana Elsa Schiaparelli ridisegnò il tradizionale costume denudando la schiena e permettendo l'esposizione al sole di una pelle sana e colorata, ultima frontiera del glamour; intanto il classico binomio tunichetta-calzoncini cedeva il posto al costume intero.

Nell'Italia del Ventennio l'abbigliamento era controllato dal fascismo attraverso l'Ente nazionale della moda, fondato nel 1935 e voluto fortemente dal Duce che voleva costringere le donne ad abbandonare lo stile francese – allora copiato in tutto il mondo - in favore di un riconoscibile modo di vestire italiano e patriottico. Mussolini amava le donne robuste e credeva fermamente che la funzione femminile principale fosse quella della maternità. Convinto che “l'eleganza è nettamente sfavorevole alla fecondità”, il regime dettava le direttive attraverso le riviste di moda, suggerendo perfino che la modella perfetta doveva essere alta meno di un metro e sessanta e pesare 55/60 chili. Sui giornali di moda e sui manifesti turistici che pubblicizzavano le vacanze in riviera comparvero illustrazioni di ragazze in costume dai seni e dai fianchi generosi e dalla vita larga, futura promessa di prole abbondante; intanto il MinCulPop, Ministero della Cultura Popolare, aveva emanato una disposizione che vietava ai giornali la pubblicazione di fotografie di donne nude o in abiti molto succinti che secondo Galeazzo Ciano erano antidemografiche.
Negli Stati Uniti si usavano già con disinvoltura costumi da bagno che sarebbero arrivati in Europa solo dopo la guerra: lucidi e colorati, a un solo pezzo che arrivava non oltre le natiche, o due pezzi (reggiseno e mutandina) che audacemente lasciava libero lo stomaco. La novità erano le fibre elastiche fascianti che venivano a sostituire la lana che si appesantiva durante il bagno e a volte mostrava imbarazzanti nudità. 
Nel 1946, un anno dopo la fine del conflitto, lo stilista francese Louis Réard presentò – basandosi su un modello più castigato del suo collega Jacques Heim – un costume talmente ridotto da esibire anche l'ombelico e l'inguine, e che fu presentato al pubblico addosso a una spogliarellista perché non si trovarono indossatrici tanto disinibite da portarlo con disinvoltura. L'impatto fu così forte che il microscopico indumento fu ribattezzato Bikini, dal nome di un atollo delle isole Marshall dove l'America eseguiva esperimenti nucleari che tra l'altro ebbero tragiche conseguenze su una parte abitanti. Il sonno della ragione genera mostri: l'abbinamento fra il sex appeal femminile e il terribile ordigno sarebbe stato vincente anche negli anni Cinquanta quando sempre in America una bella ragazza bionda, Lee Merlin, fu eletta Miss Atomic bomb indossando appunto un costume da bagno a forma di fungo.
All'estero il nuovo indumento fu immediatamente accolto con favore da dive e donne famose come la principessa Margaret, sorella della regina d'Inghilterra e soprattutto da Brigitte Bardot, che nel 1953 visitò la portaerei americana Enterprise vestita con un bikini che sembrava un'ombra (con sommo gaudio dei 2000 marines), mentre da noi incorse nei rigori della censura democristiana alleata a quella ecclesiastica. Nel 1957 il manifesto del film di Dino Risi, “Poveri ma belli” che mostrava una Marisa Allasio ammiccante in due pezzi, scandalizzò Pio XII al punto da causarne il sequestro il giorno dopo l'uscita; ancor più Illuminanti in proposito furono le circolari che il ministro dell'interno Mario Scelba trasmise ai questori e al Comando Generale dell'arma dei Carabinieri in cui vengono indicate perfino le misure per i costumi da bagno di ambo i sessi “onde evitare un abbigliamento eccessivamente succinto quindi lesivo delle regole del pudore e della decenza” (6 agosto 1963). Il documento fu accolto tra lo sghignazzo generale, anche perché conteneva in allegato un grazioso modellino in scala 1/5 di un paio di slip maschili regolamentari; nelle spiagge più spudorate della penisola, Rimini e Viareggio, ancora una volta i carabinieri dovettero constatare le infrazioni multando o allontanando i trasgressori. Più forte della censura fu comunque l'ostinazione dei bagnanti e, se pur con una certa difficoltà, il bikini finì per affermarsi e per diventare sempre più ridotto.
Nel 1964 lo stilista austriaco Rudi Gernreich lanciò il monokini, un topless in maglia che si concludeva a metà del busto ed era sostenuto da due bretelle incrociate, e che dichiarava le idee libertarie del sarto circa l'esibizione del corpo umano che lui non considerava vergognosa. Si era in piena “rivoluzione sessuale”, ma il modello non riuscì ad avere successo commerciale, pur aprendo la strada all'esposizione del nudo: all'inizio degli anni Settanta una modella brasiliana, Rose de Primo, si fece notare sulla spiaggia di Ipanema indossando un Tanga, il famoso triangolino di stoffa che copre solamente il pube lasciando liberi i glutei. Non era una novità assoluta perché che il copri-sesso era un indumento di origine tribale diffuso in Amazzonia, ma su un lido connotato dalla cultura occidentale scatenò un parapiglia. L'esibizione pressoché totale del corpo ha portato inevitabilmente al culto dell'apparenza: obbligatorio avere un look perfetto e costruito attraverso diete, sport, ginnastica, jogging, danza, body building, dove i nemici da combattere sono pancia e cellulite, problemi che colpiscono (e avviliscono) la maggior parte delle donne adulte. Oggi si va in spiaggia con qualsiasi cosa. Sembra che le ultime novità della moda siano il “nipple bikini” che ha il reggiseno color rosa carne con i capezzoli stampati sopra, e il “naked bikini” che si scioglie completamente una volta a bagno nell'acqua, anche se a questo punto sorge una domanda: non sarebbe meglio frequentare una spiaggia per nudisti?

Fonti:
Doretta Davanzo Poli, Costumi da bagno, Zanfi editori
Natalia Aspesi, Il lusso e l'autarchia, Rizzoli

venerdì 12 maggio 2017

Quando la nuda pelle non basta:il corpo e il tatuaggio

Winston Churchill aveva addosso un'ancora, Theodore e Franklin Delano Roosevelt - rispettivamente ventiseiesimo e trentaduesimo presidente degli Stati Uniti d'America - lo stemma di famiglia, mentre l'ultimo zar di tutte le Russie Nicola II, affascinato dalla cultura orientale, preferì un drago ed Elena di Savoia, moglie di Vittorio Emanuele III, una vezzosa farfalletta. Sto parlando di tatuaggi, oggi di gran moda, ma che un tempo in Europa solo pochi coraggiosi come i personaggi citati si facevano incidere chi sulle braccia o sul torace, chi sulle mani o sulla gamba. L'abitudine di decorare il corpo con incisioni e cicatrici di ogni genere risale alla preistoria: il più antico individuo tatuato di nostra conoscenza è Otzi, un uomo di mezza età ritrovato nel 1991 sulle Alpi Venoste, ai piedi del ghiacciaio del Similaun, che ha 61 tra punti, linee crocette tatuati in corrispondenza di infiammazioni artritiche. Molto più recente è la mummia di Amunet, sacerdotessa della dea Hathor che ha una serie di puntini incisi sul basso ventre, che secondo alcuni studiosi sarebbero collegati alla fertilità o alla sessualità.

In un divertente libro del 1975: “Il corpo incompiuto. Psicopatologia dell'abbigliamento”, l'architetto, storico e scrittore austriaco Bernard Rudofsky, si chiede cosa può spingere l'essere umano a non accontentarsi della sua nudità (anche quando il clima lo permetterebbe) ma a dipingersi, incidersi, deformare il corpo con busti, tacchi alti, crinoline, acconciature e molte altre stravaganti sovrapposizioni. Forse ci mancano i piumaggi colorati degli uccelli o le belle pellicce maculate e striate dei mammiferi? La sociologia e psicologia odierne forniscono varie risposte. Qui mi occuperò solo del campo relativo al tatuaggio, un sistema a volte molto doloroso per decorarsi e al tempo stesso comunicare i propri desideri e propositi, le idee, le paure, l'appartenenza culturale o lo stato sociale. I segni sul corpo infatti sono un messaggio che diamo al gruppo che ci circonda, e avevano un particolare significato per quelle che ci ostiniamo a chiamare “popolazioni primitive”.
Gli antropologi distinguono tra tatuaggi estetici, solitamente per nascondere rughe o difetti della pelle; tatuaggi portafortuna o superstiziosi, per difendersi dal malocchio o tener lontani gli spiriti maligni; d'onore, come lo sfoggiare il numero dei nemici vinti in battaglia; di possesso, eseguiti non solo sugli schiavi e il bestiame ma anche sulle mogli; religiosi come quelli dei cristiani copti che si marchiano tuttora una croce sulla fronte; di ricordo, in memoria di un caro estinto. Molto spesso le fasi importanti della vita di un individuo erano accompagnate da una cerimonia religiosa, in cui veniva sottoposto alla dolorosa iniziazione del tatuaggio per accedere a una nuova fase della vita sociale o sessuale. Sì, perché, prima dell'invenzione del benemerito ago elettrico farsi incidere la pelle non era uno scherzo: si utilizzavano – ovviamente senza anestesia - stampi, aghi, ossa o conchiglie appuntite e martelletti per far penetrare il colore sotto pelle. Presso le isole Samoa la cerimonia del tatuaggio maschile era una prova di coraggio per entrare nell'età adulta senza la quale un giovane non poteva sposarsi né tanto meno rivolgersi agli anziani, ma era considerato un paria a cui affidare solo compiti degradanti. L'operazione durava cinque giorni: la parte tatuata andava dal giro vita alle ginocchia, genitali compresi, e a volte qualcuno poteva anche lasciarci le penne.

In Europa il tatuaggio fu sempre guardato con molta diffidenza, a cominciare dagli antichi romani che – credendo nella purezza del corpo – lo consideravano una pratica buona solo per le popolazioni barbariche, e al limite lo usavano per marchiare criminali o schiavi ribelli. Il contatto tra latini e popoli nordici causò nel tempo inevitabili fenomeni di imitazione e finì per contagiare i legionari che – come Massimo Decimo Meridio nel film “Il gladiatore” - portavano incisa sull'omero la sigla SPQR, oppure la legione di appartenenza o il nome del loro imperatore. Nella Bibbia il Levitico ordina: “ Non vi farete incisioni nella carne per un defunto, né vi farete dei tatuaggi addosso”, ma il motivo principale per cui questi segni distintivi sparirono dalla pelle con l'avvento del cristianesimo fu soprattutto un decreto di papa Adriano I, che nel 787 li proibì tassativamente perché puzzavano lontano un miglio di paganesimo. Sembra però che alla chetichella l'usanza continuasse anche nel medioevo, se è vero che molti combattenti in Terra Santa si fecero incidere addosso la croce, e non solo per fede, ma anche come portafortuna contro le scimitarre dei saraceni. Da noi rimase comunque l'idea che il tatuaggio stravolgesse il corpo naturale creato da Dio, e quando i colonizzatori e soprattutto i missionari al seguito cercarono di portare i “selvaggi” sulla retta via, una delle cose che si affrettarono a combattere fu proprio l'usanza di tatuarsi.

Nonostante le autorità ostili i contrassegni corporei rimasero presenti nella cultura europea se pur con alti e bassi. Non solo i pellegrini si tatuavano, ma ci sono testimonianze che dal XVI secolo gli artigiani europei si imprimevano i simboli del loro mestiere - il cosiddetto “Marchio di Caino” - perché si credeva che il figlio fratricida di Adamo avesse intrapreso una professione manuale. Né sparirono i tatuaggi religiosi: in Italia in particolare chi si recava in pellegrinaggio a Loreto si faceva incidere in blu dai cosiddetti “Frati marcatori” simboli come il pesce, la croce, la Madonna o la Santa Casa. Ma accanto a questi segni positivi c'erano anche i marchi d'infamia: chi ha letto “I tre moschettieri” di Alexandre Dumas ricorderà che la perfida Milady aveva tatuato a fuoco sulle belle spalle il giglio di Francia (fleur de lys); sempre in Francia fu elaborato un sistema di marchiatura per i ladri (V, voleur), i mendicanti e i galeotti (rispettivamente M e Gal). Anche in Russia prima della rivoluzione d'ottobre i criminali avevano tatuata sulla fronte o sulle guance l'iniziale del loro misfatto, e la stessa sorte era riservata ai disertori in Inghilterra.

Nel XVIII secolo il capitano James Cook, che a bordo della nave HMS Endeavour esplorò per conto di Sua Maestà Britannica l'oceano Pacifico, trascrisse per la prima volta nei suoi diari di bordo la parola “Tattow” derivata dall'onomatopeico “tau-tau” che ricordava il rumore del martelletto che picchiava sulla punta che serviva a bucare la pelle. Non contento Cook si portò dalle isole Marchesi un capotribù completamente tatuato, cui seguirono altri polinesiani esposti nei circhi alla stregua della donna cannone, introducendo una nuova moda che fece impazzire dapprima l'aristocrazia europea, per poi soggiogare i viaggiatori e in particolare i marinai che consideravano quei disegni simbolici un portafortuna contro ogni pericolo. Tra la fine del Diciannovesimo e l'inizio del Ventesimo secolo ci poteva guadagnare da vivere grazie alla propria pelle presentandosi al pubblico pagante con un nome esotico (Dyta Salomé, Creola, Don Manuelo, La bella Irène, ecc.) e il corpo interamente inciso e colorato.
La pratica si diffuse ancor di più tra i criminali, in particolare dopo l'Unità d'Italia, quando molti di loro furono esiliati in Nord Africa dove appresero decorazioni che adattarono alla loro condizione di fuorilegge: tatuaggi segreti, situati in parti del corpo non visibili e che indicavano la loro affiliazione a qualche gruppo malavitoso o tatuaggi pubblici, destinati a ricordare la mamma o la donna amata, a rivendicare il loro valore, a insultare le autorità e promettere vendetta esibendo pugnali, pistole o rasoi. Questi disegni erano accompagnati da scritte che sottolineavano e ostentavano forza e disprezzo per le regole sociali: “morte agli sbirri”, “né Dio né padrone”, il francese “merde” sul lato esterno della mano e ben visibile al momento del saluto militare. 

Nell'Ottocento il criminologo Cesare Lombroso si diede allo studio della personalità malavitosa partendo dal presupposto - completamente superato - che “criminali si nasce” a causa di certe anomalie fisiche congenite che determinavano il comportamento deviante. Le sue ricerche, raccolte nella sua opera principale “L'uomo delinquente”, presero anche in considerazione più di 10.000 malviventi tatuati (donne comprese), arrivando alla conclusione che – ripescando usanze tipiche dei popoli primitivi – costoro non facevano altro che esprimere il loro legame arcaico con cavernicoli e palafitticoli. Solo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento il tatuaggio si allargò alle culture giovanili degli hippy e delle bande di motociclisti, conquistando in seguito ogni strato sociale e fascia di età.
Al giorno d'oggi i tatuaggi criminali più famosi del mondo sono quelli a cui si sottopongono gli affiliati alla Yakuza, la famosa e potentissima mafia giapponese popolata quasi esclusivamente da uomini che hanno il corpo quasi interamente coperto da disegni molto colorati e molto dolorosi da eseguire, dal momento che non vengono usati strumenti elettrici ma una serie di aghi e bacchette che permettono di ottenere le belle e caratteristiche sfumature. I motivi degli “irezumi” – così si chiamano – sono in parte quelli delle antiche stampe Ukiyo-e fiorite nel paese tra il Diciassettesimo e Ventesimo secolo, aggiustati con elementi sanguinari: dai dragoni simbolo di longevità, alle colorate carpe che tuttora ornano i locali laghetti, collegate alla virilità, alle teste mozzate che dichiarano di accettare la morte con onore, ai demoni cornuti, e naturalmente ad animali feroci come tigri e leoni. Proprio perché caratteristici della mafia, nel Giappone moderno i tatuaggi sono guardati con sospetto e in taluni luoghi - come bagni termali, piscine e palestre – decisamente vietati. In quanto agli uomini della Yakuza evitano con cura di tatuarsi collo, braccia e gambe in modo da poter esibire le proprie decorazioni solo nelle riunioni del clan.

Fonti:
Paolo Rovesti, Alla ricerca della cosmesi dei primitivi, Blow up

mercoledì 5 aprile 2017

50.000 anni di bellezza: dalla cicciona delle caverne alla donna grissino

Obesa, con seni enormi e natiche e cosce ipertrofiche. Così doveva apparire la donna ideale che popolava i sogni degli uomini della preistoria, almeno stando alle statuette del periodo – le cosiddette “Veneri” – eseguite con notevole realismo fisico e probabili immagini del culto della Dea Madre. Nella valle del Nilo, decine di migliaia di anni dopo, un anonimo poeta celebrò la bellezza della sua amata descrivendola con parole infiammate: “Stella fulgente, brillante di pelle, dal petto luminoso, le dita come calici di loto, le languide reni, le anche strette”. Il corpo asciutto dal seno appena accennato e i fianchi poco arrotondati delle egiziane, faceva tremare le vene e i polsi degli uomini del Faraone ma niente aveva a che vedere con le preistoriche ciccione; tra questi due estremi – grasso e magro - si colloca la lunga avventura della bellezza femminile, una carrellata secolare di tipi estetici diversi tra loro e variabili a seconda dei tempi, delle latitudini e delle mode.
Fino alla rivoluzione del femminismo, a dettare le leggi della bellezza fu quasi sempre il ruolo di moglie e madre in cui la società confinava la donna e che mirava ad esaltare le parti del corpo destinate alla riproduzione e all’allattamento. Non si vuole qui rinnegare la funzione essenziale della maternità, quanto lo stereotipo millenario che ha sempre voluto vedere – fin dai tempi di Ippocrate – l'utero come unico organo direttore del corpo e della mente femminili, sottovalutando o addirittura scartando la ricchezza e la complessità fisica e psicologica del genere. 
Il canone di bellezza di cui sopra fu stabilito nella Grecia antica e – a parte il medioevo - fu seguito per secoli: il modello fu la statua dell'Afrodite di Cnido, celeberrima opera di Prassitele giunta a noi tramite una copia romana. Rappresentata nell’atto di uscire dal bagno, la carnosa figura della dea dalla vita massiccia e dalle caviglie robuste, oggi non potrebbe certo entusiasmare gli appassionati di sfilate di moda. Di parere diverso erano i greci che ammiravano nella scultura in questione il ritratto di Frine, una splendida cortigiana vissuta ad Atene nel IV secolo a.C., che aveva la spudoratezza di fare il bagno in mare nuda durante le celebrazioni in onore di Poseidone con grande gaudio della popolazione maschile. Fu accusata di empietà e assolta con un processo in cui suo avvocato Iperide, al posto dell'arringa si limitò a denudarle il seno: i giurati la guardarono (immaginiamo a lungo) e si persuasero seduta stante della sua innocenza.
Fianchi larghi anche per la matrona romana, instancabile fattrice di soldati da destinare alle glorie patrie, che manteneva la linea con un’alimentazione succulenta e pesante; per le signore inoltre erano di moda mandibole robuste, fronte bassa e ostinata e sopracciglia congiunte alla radice del naso. Le mogli dei Cesari si stancarono presto delle numerose e pericolosissime gravidanze cercando di limitarle, ma il loro aspetto rimase fin quasi alla fine dell’impero un inno ai pannicoli adiposi. Dal V secolo d. C. venne in auge un tipo fisico opposto, quasi disincarnato e modellato su Teodora di Bisanzio, la basilissa che ci osserva coi suoi immensi occhi dai mosaici della basilica di San Vitale a Ravenna. In quel tempo la religione cristiana - ferocemente misogina – trionfava sugli dei pagani opponendosi all'idea stessa di seduzione: una delle caratteristiche del nuovo credo era infatti la rinuncia sessuale, cosa che ebbe un’enorme influenza sull’estetica. Padri della Chiesa come San Girolamo e Tertulliano iniziarono un'accanita battaglia contro tutto quello che nella donna poteva risvegliare il desiderio dell’uomo, combattendo la cosmesi e perfino l'igiene e insistendo perché le ragazze si coprissero il capo col velo, per evitare che le belle chiome risvegliassero brutti propositi.
L'ideale di bellezza del medioevo maturo discese in Italia direttamente dal nord Europa sull'onda delle liriche trobadoriche: l'amore tra uomo e donna, l'amor cortese, inneggiava a una passione “cortese” al di fuori del matrimonio e non sempre soddisfatta. Poeti e menestrelli sospiravano per le trecce bionde, le angeliche sembianze, le membra pargolette, gli occhi come vaghi lumi ardenti: così Petrarca descrive Laura, una fanciulla incontrata una sola volta in una chiesa d'Avignone di cui gli storici dibattono ancora l'esistenza. Era il ritratto dell'adolescenza - l'età del massimo splendore per il periodo - in cui le donne si sposavano e cominciavano a sfornar figlioli per sfiorire definitivamente a 25 anni appesantite dalla maternità, ed essere considerate decrepite superati i trenta. Questo pregiudizio è durato secoli: tanto per fare un esempio ancora nell'Ottocento un rispettabile e colto giornale di moda italiano, il Corriere delle dame, pur se diretto da una signora, definiva “avole”, ossia vecchie, le quarantenni a cui consigliava di vestirsi di scuro e di velarsi il volto.
Simonetta Vespucci, amata da Giuliano de' Medici e morta giovanissima tra il generale cordoglio degli abitanti di Firenze, fu considerata la più bella donna del primo rinascimento; a lei si ispirarono poeti come il Poliziano e pittori come il Pollaiolo e Sandro Botticelli che ne fa il ritratto nella sua celeberrima “Nascita di Venere”: un corpo longilineo ma solido, collo, braccia e gambe lunghe, un profilo incisivo col naso leggermente all'insù, la fronte molto alta ottenuta come voleva la moda, con una meticolosa depilazione in cui la “ceretta” era una sorta di micidiale impiastro a base di calce viva e solfuro di arsenico per scoraggiare la crescita dei peli ribelli. Simonetta chiuse la serie delle donne slanciate per aprire al ritorno dell'esuberanza della carne; l'Umanesimo trionfante del XVI secolo guardò di nuovo all'antichità classica ponendosi meno vincoli moralistici e perseguendo non solo il piacere della cultura ma anche quello dell'amore e del cibo. La donna ideale come la vediamo nei ritratti di Tiziano mantiene nel volto i moduli tradizionali – pelle candida, naso e bocca piccoli, occhi grandi, ma si allarga nuovamente nei fianchi e nella pancia. Un detto popolare dell'epoca fissava in una sorta di geografia estetica il canone di perfezione: “Anche fiamminghe, spalle tedesche, piedi genovesi, gambe slave, spirito francese, andatura spagnola, profilo di Siena, seno di Venezia, ciglia di Ferrara, pelle di Bologna, mani di Verona, portamento greco, denti di Napoli, dignità romana, grazia milanese”, a cui sembra corrispondesse solo Giovanna d'Aragona, moglie di Ascanio Colonna e duchessa di Tagliacozzo.

La ridondanza dell'arte barocca coincide col trionfo della cellulite, il cui massimo cantore fu il fiammingo Pieter Paul Rubens. Nel dipinto “Le tre grazie”, riprende il tema antico delle dee della gioia di vivere, sostituendo i giovani corpi sodi con un abbraccio di signore mature e dalla carne un po' frolla. La moda andò avanti per oltre un secolo finché il Settecento non lanciò un nuovo tipo adolescenziale, sofisticato e malizioso: la bambolina dal corpo tenero, i piedi e le mani minuscole, gli occhi e la boccuccia ammiccanti dietro il ventaglio, in un poco innocente gioco di civetteria. La novità fu che oltre alla bellezza occorreva possedere “quel certo non so che”, ossia una sorta di intimo e affascinante mistero senza il quale anche la perfezione estetica avrebbe perso ogni importanza; come Madame de Pompadour, una borghese non bellissima ma molto intelligente che dopo essere stata l'amante di Luigi XV seppe mantenere la sua influenza presso il re diventandone la più fidata consigliera.
La rivoluzione francese spazzò via alcune teste coronate ma non l'idea che la donna dovesse essere un bell'accessorio dell'uomo, prona ai suoi voleri e piaceri. Dopo la pausa napoleonica, incarnata al femminile dal ritorno della bellezza greca classica e dal corpo alabastrino di Venere vincitrice-Paolina Bonaparte, la cultura della borghesia emergente valorizzò ancora una volta le virtù materne e domestiche. Anche i languori del Romanticismo influenzarono la nuova moda che associava estetica e moralità: era nato l'angelo del focolare dalla pelle esangue e dai grandi occhi (dilatati da colliri a base di belladonna), la vita sottilissima strizzata dal busto, sempre pronto a svenire a causa delle difficoltà respiratorie, cercando però di cadere con grazia come suggerivano i manuali di etichetta. Durò poco perché un qualche tipo di libertà – almeno a Parigi – fu conquistata da quelle sfacciate che pretendevano di appropriarsi di attività e vizi maschili come la scherma, il nuoto, la lettura dei giornali e perfino il fumo. 
La parigina si impose per la disinvoltura e il movimento, caratterizzato dal modo di camminare e dal fruscio della gonna che ne faceva immaginare le nascoste forme carnose.
Attorno al 1910 il sarto francese Paul Poiret lanciò una collezione di abiti privi di busto che spedirono in soffitta la terribile linea a clessidra che aveva dominato l'Ottocento. Fu un successo strepitoso. Più libera fisicamente, la donna godeva ormai dei bagni di mare, delle cure termali, delle attività sportive all'aria aperta; esibendo le braccia e una parte delle gambe, signore e signorine cominciarono a preoccuparsi dell'aspetto di quelle parti del corpo che erano state sepolte per secoli dai tessuti e dalla storia. I giornali femminili intanto proposero diete e rulli per massaggi che avrebbero dovuto eliminare doppio mento e grasso localizzato. Dopo la prima Guerra mondiale e con gli “Anni ruggenti”, si affacciò alla scena la cosiddetta “garçonne” (in inglese “flapper”) magra e piatta, truccatissima e coi capelli corti, le gonne al ginocchio, che lavorava e frequentava locali pubblici e che soprattutto affrontava la sessualità in modo scandalosamente aperto. 
Nel dopoguerra tornò di moda la “maggiorata fisica” dalle forme prorompenti come la “pizzaiola” Sophia Loren ne “L'oro di Napoli”. Ci sarebbero voluti gli anni Sessanta, la stilista Mary Quant e la minigonna per rilanciare la magrezza, impersonificata nella super modella Twiggy, la ragazza-grissino dal look denutrito che ha purtroppo dato il via al pericoloso ideale della bellezza anoressica.

Fonti:
Carla Ravaioli, Profilo di Siena, seno di Venezia, Storia illustrata, gennaio 1960
http://www.lundici.it/2017/03/50-000-anni-di-bellezza-dalla-cicciona-delle-caverne-alla-donna-grissino/





martedì 18 ottobre 2016

Donna in pantaloni: breve storia di un pregiudizio

Correva l'anno 1989 quando uscì in Italia il libro di una scrittrice debuttante, Lara Cardella, che nel giro di poco tempo diventò un best-seller internazionale: “Volevo i pantaloni” narra la tormentata adolescenza di una giovane siciliana che cerca di emanciparsi da un ambiente chiuso e oppressivo in cui le donne - completamente succubi del marito e dei parenti maschi – erano bollate come prostitute quando indossavano i pantaloni. Prima di allora nel 1961 il cardinale Siri, arcivescovo di Genova, si era scagliato contro l'uso femminile “del vestito degli uomini”, che secondo sua Eminenza: “cambiava la psicologia”, affondando verso il basso (ossia verso la lussuria) i rapporti tra uomo e donna. Fino agli anni Settanta la riprovazione verso le ragazze che portavano il capo peccaminoso era diffusa in quasi tutto il territorio italiano, non così nei paesi di lingua anglosassone, molto più disinvolti in fatto di abbigliamento.
I pantaloni sono nati più di duemila anni fa grazie ai nomadi delle steppe euroasiatiche che - vivendo gran parte della loro vita a cavallo - necessitavano di robusti gambali, a quanto pare indossati sia da uomini che da donne. Da queste popolazioni barbare nacque probabilmente il mito delle leggendarie Amazzoni, rappresentate nella ceramica ellenica con una sorta di tuta aderente che copriva gambe e braccia, moda che nella realtà non fu mai imitata dai greci, che preferivano di gran lunga la sottana per ambo i sessi. Bisogna arrivare ai romani perché i calzoni entrassero nel guardaroba maschile nostrano: quando infatti varcarono le Alpi, i fieri conquistatori del mondo rimasero talmente sbalorditi dal primo impatto con i guerrieri del nord vestiti con strani tubi che coprivano le gambe, che li chiamarono “Galli bracati”, e – se pur con molta diffidenza – finirono per adottare il nuovo indumento proibendolo però a fanciulle e matrone.Non è chiaro per quale motivo le antiche società occidentali – al contrario di quelle orientali – vedessero nell'uso dei pantaloni da parte della donna un intollerabile tentativo di appropriarsi non solo di un modo di vestire, ma anche di prerogative e privilegi squisitamente maschili: forse i nostri antenati – in memoria delle Amazzoni – temevano cosa gli sarebbe successo se l'altra metà del cielo avesse potuto mettere le mani su armi e calzoni. A sancire il divieto fu anche un versetto del Deuteronomio, il quinto libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana che al capitolo 22 recita: “La donna non porti indosso abito d'uomo (…) perciocché chiunque fa tali cose è in abominio al Signore Iddio tuo”. Durante il Medioevo, mentre l'abito maschile si accorciò fino a mostrare cosce e perfino glutei, quello femminile rimase giocoforza ancorato alla tradizione del lungo. Uno dei motivi che portarono Giovanna d'Arco al martirio fu che anche in carcere la cocciuta pulzella continuò a vestirsi da uomo con i capelli tagliati all'altezza delle orecchie; i giudici scandalizzati la spedirono al rogo, nonostante che lei proclamasse che quel tipo di abbigliamento le era stato imposto dalle “voci”.
Nei secoli successivi la situazione rimase sostanzialmente invariata, a parte la comparsa, al tempo molto criticata, di pantaloncini corti in tessuto prezioso nascosti sotto le gonne, le cosiddette “braghesse”. Adottate per la prima volta in Francia da Caterina de Medici che le usava per montare a cavallo, sembra eccitassero le fantasie maschili, e fecero ben presto parte dell'arsenale seduttivo delle cortigiane come primo esempio di biancheria sexy della storia. Sia nel Cinquecento che nel Seicento le disposizioni suntuarie vietano a queste “femmine scapestrate” di portare indumenti dell'altro sesso, ma nel frattempo la moda aveva lanciato un'ulteriore novità: attorno agli anni Trenta del XVIII secolo, una compagnia di attori italiani della Commedia dell'arte si esibì alla corte di Francia; tra loro Pantalone dei Bisognosi indossava una casacca e un paio di braghe prive di legatura sotto il ginocchio e lunghe fino al polpaccio. Era un capo di origine popolare, ma l'annoiata aristocrazia se ne innamorò e se ne fece fare una versione nobilitata da una cascata di nastri che ebbe enorme successo, e fu ribattezzata Pantalone in onore della maschera in questione. La rivoluzione francese, che aveva imposto i sacrosanti principi di "Liberté, Egalité, Fraternité, si guardò bene di applicarli alle donne: una legge del 17 novembre 1800, o meglio del 16 brumaio dell'anno IX, vietava tassativamente i calzoni femminili. La cosa curiosa è che in Francia tale divieto è rimasto in uso - nonostante la sua manifesta assurdità - fino al 2013, al punto che negli anni Settanta una deputata arrivò a minacciare i commessi di entrare in parlamento in mutande, dal momento che non poteva farlo in pantaloni.

Durante il 1800 parecchie donne coraggiose tentarono l'avventura di travestirsi da uomo. Le più famose e spregiudicate furono artiste come la pittrice Rose Bonheur e la scrittrice George Sand, che volevano in tal modo manifestare la propria indipendenza beneficiando anche di una certa benevolenza delle autorità. Oltre a queste intellettuali ci furono molte ragazze anonime che – non godendo di protezione maschile e per scampare alla fame e alla prostituzione– si tagliarono i capelli imbarcandosi come marinai o servendo nell'esercito. E' storicamente accertato che alcune centinaia di donne combatterono durante la Guerra civile americana, a volte prendendo segretamente il posto dei loro mariti e fratelli di cui indossavano anche gli abiti. Nel mondo occidentale deroghe alle leggi si potevano ottenere solo per motivi di lavoro, perché polvere e sporcizia non erano certo adatte alle gonne lunghe: dal momento che all'epoca le attività di estrazione erano abbondanti e ben pagate, donne forti e intelligenti non esitarono a scandalizzare il perbenismo vittoriano vestendosi da uomo e affrontando mansioni dure ma redditizie. Così in Inghilterra le ragazze che scavavano in miniera mettevano i pantaloni, affiancate in America dalle cercatrici d'oro e dalle mandriane dei ranch. A cavallo tra Ottocento e Novecento e grazie al successo di massa dello sport e delle attività fisiche, le norme proibizioniste furono ulteriormente addolcite col permesso di usare abiti maschili se si andava a cavallo, si faceva alpinismo o si pedalava sul velocipede (come si chiamava allora la bicicletta).
I primi movimenti per l'emancipazione femminile si manifestarono in America nel primo ventennio dell'Ottocento: l'incontro di alcune scrittrici e attiviste per i diritti delle donne tra cui Amalia Bloomer, sollevò il problema della scomodità degli abiti tradizionali delle signore. Amalia aveva fondato “The Lily”, una rivista in cui tra l'altro sosteneva che corsetto, sottogonne inamidate, gonne lunghe fino ai piedi, costituivano una mortificazione e un impedimento alla libertà di svolgere qualsiasi tipo di attività. Gli indumenti proposti in sostituzione erano tutto sommato pudici: una tunica al ginocchio sotto cui spuntavano ampi pantaloni allacciati alle caviglie, mutuati dal costume delle donne turche. Esportati in Europa, i Bloomer, come vennero chiamati i calzoni, faticarono ad affermarsi perché per strada le coraggiose che osavano metterli erano bersaglio di insulti pesanti, e – a seconda della stagione - di palle di neve o frutta marcia. Scacciate anche dalle chiese e dalle sale per conferenze, le sostenitrici dell'abito riformato dovettero aspettare due generazioni e molti incidenti mortali causati dalle ampie e ingestibili crinoline - come restare impigliate nelle ruote dei carri o rovesciare candele e morire carbonizzate – per riuscire a far sentire la loro voce.
Ci vollero i due terribili conflitti del Novecento perché la gente cominciasse ad abituarsi al nuovo indumento, quando - mentre gli uomini erano al fronte - la popolazione femminile fu chiamata a sostituirli al lavoro, nelle fabbriche, nei campi, negli uffici e negli ospedali. Poter uscire di casa, avere la possibilità di lavorare e manovrare denaro, fu una conquista che influenzò profondamente la mentalità femminile, tant'è che negli Venti spopolò il tipo della “garçonne”, detta in Italia “maschietta”, una ragazza magra e piatta che – se non aveva i pantaloni - si tagliava i capelli corti, fumava, si truccava. Un ulteriore contributo fu dato dal cinema americano con l'invenzione dello “Star System”, che promuoveva e valorizzava attori che sarebbero diventati famosi in tutto il mondo. Tra le dive Marlene Dietrich, fotografata per la prima volta durante un viaggio transoceanico in tenuta da yachtman (giacca maschile e calzoni), impose la sua immagine di donna androgina, sensuale e sfacciata che avrebbe continuato a coltivare e a diffondere. Anche Katharine Hepburn, ironica, sportiva ed educata in una famiglia aperta e moderna, non disdegnava i pantaloni. Sulla loro scia le ragazze d'oltre oceano iniziarono a portarli con più disinvoltura soprattutto nel tempo libero, mentre nello stesso periodo in Italia il fascismo si scagliava contro questo indumento che negava i tradizionali ruoli femminili e avviava alla “decadenza della razza”. 
Durante la Seconda Guerra Mondiale donne pilota statunitensi e inglesi furono impiegate – pur non combattendo - per sostituire i colleghi maschi in azioni di supporto militare, al contrario delle aviatrici russe che parteciparono attivamente ai bombardamenti. Nessuna di queste femmine coraggiose aveva la sottana. E dopo? Dagli anni Sessanta in poi grazie all'enorme successo dei jeans – l'uniforme del movimento hippy – e a sarti d'avanguardia come André Courrèges che li introdusse nelle sue collezioni, l'uso dei pantaloni da donna cominciò lentamente ad essere considerato normale anche in Europa e soprattutto in Italia. Alla fine del Novecento le vendite globali dei calzoni aumentarono del 167 per cento, segno che l'emancipazione femminile vestiaria (almeno quella) aveva vinto una millenaria battaglia. 
Fonti:
http://the-toast.net/2014/08/07/wearing-pants-brief-history/http://fashion



mercoledì 27 aprile 2016

Le spericolate acconciature di Maria Antonietta



Quindici anni sono decisamente pochi ai nostri occhi per sposarsi col futuro re di Francia allo scopo di assicurargli una discendenza  e consolidare così le traballanti relazioni tra quel paese e l’Austria. Fu tuttavia quello che accadde a Maria Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena, meglio nota col nome di Maria Antonietta, la sfortunata regina che pagò con la propria testa il fatto di non averne una lungimirante e di avere commesso un mucchio di imprudenze in un periodo storico dove invece era necessario agire con acume, fermezza e diplomazia.  Era stata promessa al Delfino ancora bambina, e prima di partire per Parigi i suoi istitutori viennesi cercarono con fatica di prepararla per il futuro compito;  Maria Antonia tuttavia era capricciosa e svogliata e ai libri preferiva di gran lunga la moda parigina che a quell’epoca era copiata nelle corti e nei salotti di tutta Europa. Non sapeva nulla del fidanzato Luigi Augusto, un ventenne grassoccio che adorava la caccia e aveva l’hobby di montare e smontare orologi e che per sette anni non fu capace di fare all’amore con sua moglie.
Una volta arrivata a Versailles questa ragazza spensierata si trovò  a disagio con le vecchie cariatidi della corte, che ricambiarono l’antipatia soprannominandola “l’autrichienne”, l’austriaca;  trascurata dal marito, isolata e senza alcun ruolo politico, cominciò ad annoiarsi e decise di approfittare dei piaceri della moda e di assumere il ruolo – se non di regina di Francia – di signora assoluta del “bon ton”. 

Uno dei comportamenti che suscitarono la riprovazione della nobiltà fu quella di far venire a corte due persone provenienti dal popolo, la sua sarta personale, Mademoiselle Rose Bertin, e il parrucchiere Leonard Autié. Rose, che servì la sua sovrana per una ventina d’anni, guadagnò grazie a lei e al commercio con le altre dame di corte cifre da capogiro: Maria Antonietta aveva un appannaggio stratosferico (che non le bastava mai) e spendeva follie per lanciare nuove mode che erano immediatamente imitate dalle dame dell’aristocrazia.
Anche Leonard si inserì nel gioco: nel 1774 inventò un’acconciatura alta il doppio della testa della regina, il “pouf”: si trattava di una ridondante costruzione composta da un leggero telaio metallico e cuscini imbottiti su cui venivano tesi i capelli dopo essere stati impomatati e suddivisi in ciocche, a cui si mischiavano metri di garza e altri capelli posticci, boccoli, tirabaci. Il tutto era poi incipriato e guarnito con piume di struzzo, nastri e pietre preziose. Sembra che sulle prime la regina, guardandosi allo specchio, sia rimasta un po’ perplessa, ma quando l’astuto parrucchiere le promise che la sua sarebbe stata tra le acconciatura più alte di Parigi, Maria Antonietta, felice, si lasciò convincere. 

L’invenzione del pouf conquistò il pubblico femminile europeo per sei anni consecutivi, durante i quali l’architettura delle teste arrivò fino a raggiungere il metro di altezza diventando sempre più complessa e stravagante. Leonard, che si considerava un artista e che aveva un gusto fortemente teatrale, inventò per la duchessa di Chartres il pouf “sentimentale”, composto da 14 metri circa di garza su cui ondeggiavano molti pennacchi inframmezzati a figurine in cera: il ritratto del primogenito della nobildonna in braccio alla nutrice, un negretto a cui era molto affezionata e un pappagallo che beccava un piatto di ciliegie.

Quella che si potrebbe chiamare “la febbre del pouf”  mostrò al popolo esterrefatto  donne con la testa piena di sciami di farfalle, di amorini e gabbie con uccelli vivi, di battaglioni in miniatura per le mogli dei militari, di urne crematorie per le signore in lutto (i soggetti andavano dal lezioso al patetico), mentre per mantenere i fiori freschi si tuffavano i gambi in fiale piene d’acqua mescolate ai capelli ; né mancavano le acconciature “alla giardiniera” con carciofi, carote e barbabietole e fiori di patata, tubero a quei tempi considerato velenoso e che grazie a Maria Antonietta diventò popolare.  Eventi storici e di cronaca diedero il via a nuove follie: nel 1778 i francesi si lanciarono nella guerra d’indipendenza americana combattendo con una loro fregata contro la nave inglese Arethusa. Lo scontro fu il pretesto per l’invenzione dell’acconciatura alla Belle Poule, con l’imbarcazione che svettava in cima alle teste, vele al vento, sartiame  e artiglieria compresi. Si può dire che ogni giorno nasceva una nuova pettinatura, scomoda e priva di senso, mentre il paese andava in bancarotta e il popolo, che all’inizio aveva provato simpatia per la coppia reale, cominciò a scaricare su di loro tutto il suo risentimento. Bersaglio preferito furono però l’incosciente sovrana - completamente disinteressata ai bisogni dei francesi - e il suo assurdo tenore di vita: basti dire che quando scoppiò un’insurrezione popolare detta “guerra delle farine” causata dall’aumento del prezzo del grano, l’unica risposta di Maria Antonietta fu mettersi in capo un “berretto alla rivolta”inventato da Rose Bertin.

Solo in un caso la moda contribuì a diffondere un’abitudine sanitaria che avrebbe salvato la vita di molte persone: in Francia il vaiolo era endemico e aveva causato molte morti, tra cui quella straziante di Luigi XV e di una cinquantina di cortigiani residenti a Versailles. Si conosceva tuttavia la pratica dell’inoculazione – venuta dall’Oriente – che consisteva nell’ iniettare una piccola quantità di pus prelevata dalle lesioni di un malato sotto la pelle di un paziente sano, in modo da stimolare la produzione di anticorpi senza causare l’insorgere del morbo. Avendo assistito al decesso del padre, Luigi Augusto si fece coraggio e decise di sottoporre alla pratica sé stesso e i suoi due fratelli. L’esito positivo del trattamento fece nascere la moda del “pouf all’inoculazione” di cui non abbiamo immagini, ma che sappiamo essere stato costituito da un olivo coperto di frutti intorno al quale si arrotolava il serpente del dio della medicina Asclepio, il tutto coronato da un sole che sorge (il re) a simboleggiare il trionfo della scienza sulla malattia. La commemorazione dell’evento, esposta in cima alla testa delle signore alla moda, contribuì a incentivare largamente la pratica a tutto beneficio della salute pubblica.

Le pettinature alte creavano non pochi problemi: intanto erano costosissime, sia per le ore di lavoro dei parrucchieri, sia per la qualità dei materiali usati che comportavano anche l’aggiunta di piume rare, di perle, gioielli e perfino automi. Erano scomode da portare perché tendevano ad impigliarsi nei lampadari e a cadere di sotto quando le signore si affacciavano alla finestre.

I pennacchi erano talmente ingombranti che non entravano dalla porta delle carrozze e la stessa Maria Antonietta dovette rimuoverli per recarsi a un ballo dato dalla duchessa d’Orleans. Per arricciare le chiome occorreva passare una notte intera con la testa carica di bigodini, sedute su una sedia per non disfare il sapiente e fragile edificio. Le pomate erano a base di grassi animali come il midollo di bue o il grasso d’orso, a volte mescolate con componenti vegetali come l’olio di nocciole e aromatizzanti come i chiodi di garofano e l’essenza di limone: così lavorate le acconciature potevano durare una settimana, ma dovevano essere disfatte e lavate prima che il grasso si irrancidisse e la testa si riempisse di parassiti.

Nel 1781 Maria Antonietta diede finalmente alla Francia il suo primo erede al trono che – se risolveva il problema ereditario – causò alla sovrana una catastrofica perdita di capelli. Fu una dura prova per Leonard, che vedeva svanire i suoi privilegi e la sua influenza nonché dimagrire il portafogli. Ma il genio è genio e lui si adattò alla situazione tagliando i capelli della regina piuttosto corti e lasciando qualche boccolo sulla nuca: l’acconciatura fu denominata “à l’enfant” e nel giro di un paio di settimane fu imitata da tutte le dame di corte.
Fu l’ultimo colpo d’estro del parrucchiere che dodici anni dopo dovette riparare in Germania per fuggire alla furia della Rivoluzione. In una fredda mattina di ottobre  del 1793 il boia avrebbe tagliato definitivamente le chiome leggendarie della regina e mostrato la sua testa mozzata e quasi priva di capelli alla folla impazzita e festante.




sabato 28 novembre 2015

Tacchi alti, gioie e dolori

Prima del tacco era la zeppa. Il proverbio “altezza è mezza bellezza” doveva essere condiviso anche dai popoli antichi che – molto prima delle moderne indagini statistiche – avevano capito come le persone alte fossero dotate di un sex-appeal maggiore di quelle di statura medio-bassa. Non sappiamo quale antico artigiano abbia inventato i rialzi sotto la suola delle scarpe, ma già nella Grecia classica facevano parte del guardaroba degli attori e delle etere: i costosi trampoli colorati e dorati di queste ultime erano a volte muniti di suole chiodate che imprimevano sul terreno scritte provocanti del tipo: “seguimi”. L’andatura traballante che le donne assumevano in cima a queste scarpe costituiva già da allora un richiamo erotico, al punto che verso la fine dell’Impero romano San Girolamo condannò le zeppe delle matrone non solo per la loro frivolezza estetica, ma anche per la loro peccaminosa capacità di attrazione fatale. 
Dopo un’eclisse che durò per tutto il medioevo, le zeppe risorsero nella Venezia del rinascimento come vertiginose pantofole alte fino a un braccio, costringendo le signore a camminare appoggiandosi a due cameriere per non volare per terra o ancor peggio in un canale; di probabile origine medio orientale, queste pianelle derivavano forse dagli altissimi zoccoli usati dalle donne per non scottarsi i piedi nei bagni turchi. 
Inutile dire che le europee li adottarono in massa, prima fra tutte la piccolissima Caterina de’ Medici, che per il suo matrimonio con Enrico II di Francia ne sfoggiò un paio ben nascosti sotto le vesti lunghe.
Il passaggio dalla zeppa al tacco nacque però da un’iniziativa maschile. Calzature da uomo di questo tipo erano note da secoli in Medio Oriente, dove erano usate dagli arcieri a cavallo perché permettevano di ancorare meglio il corpo alle staffe, girarsi agevolmente e scoccare la freccia in modo efficace. I tacchi alti vennero introdotti in Occidente attraverso i rapporti diplomatici e mercantili con l’Europa, ma chi li promosse definitivamente fu Luigi XIV di Francia che per rimediare alla bassa statura non solo li volle indossare, ma li impose ai membri della sua corte tingendoli di rosso e decorandoli con scene di battaglie. 
Le scarpe col tacco facevano molto macho e davano all’uomo un’aria marziale; dal momento che per la loro scomodità non potevano essere portate da lavoratori e contadini, diventarono simbolo di status sociale, dimostrando in modo visibile che chi li indossava apparteneva alla classe privilegiata dei ricchi nulla-facenti. Le signore dell’aristocrazia non vollero essere da meno dei loro compagni e se ne appropriarono, mostrando un eccitante piedino da fata che spuntava dalla gonna: le estremità piccole piacevano, come dimostra anche la fiaba di Cenerentola importata in Europa dalla Cina proprio in questo periodo. 

Nel Settecento,  secolo di Cagliostro, Casanova e De Sade, nacque il termine “feticismo”, l’attrazione sessuale per una parte del corpo del partner o per un oggetto di sua proprietà: fu descritto per la prima volta da Restif de la Bretonne che si innamorò delle estremità di Franchette, moglie del suo capo, masturbandosi nelle scarpe alte di lei. Una volta entrato nell’immaginario erotico maschile il tacco da donna ci rimase: nell’Ottocento le nuove tecnologie ne aiutarono la diffusione attraverso le fotografie osé  che ritraevano prostitute vittoriane in mutandoni bianchi ma con calze e stivaletti neri abbottonati fino al polpaccio.
Col Novecento le sottane si accorciarono e il tacco alto ora visibile diventò ancor più espressione di femminilità condita da una punta di trasgressione: dalla garçonne degli anni Venti con le gonne cortissime e i tacchetti audaci, si passò alla pin-up procace degli anni Trenta-Quaranta, vestita il minimo indispensabile ma con le inevitabili scarpe col tacco; dal dopoguerra si volatilizzarono  anche gli ultimi scampoli di tessuto e giornali come Playboy fecero entrare nella cultura di massa immagini di belle ragazze nude con provocanti scarpe vertiginose. Restava però un problema tecnico: i tacchi antichi erano fatti in legno e la loro struttura massiccia non poteva essere né rialzata né assottigliata più di tanto perché avrebbero corso il rischio di spezzarsi. Il lampo di genio risolutore  venne a Roger Vivier, un raffinato artigiano che collaborava con Christian Dior, e che introdusse nel tacco una sottile asta d’acciaio aumentandone la tenuta e la resistenza e permettendo di portarlo fino a 12 centimetri: erano nati i tacchi a spillo, ribattezzati “stiletto” dalla rivista Vogue.  
Oltre a Vivier altri artisti della calzatura cercarono di renderla più alta e leggera utilizzando materiali ultramoderni come la plastica e l’alluminio: André Perugia – che durante la prima guerra mondiale aveva lavorato presso una fabbrica di aerei, cercò di trovare un’equazione “perfetta e adeguata al millimetro come un pezzo di motore” tra scarpe, tacco e peso del corpo, inventando originalissimi modelli con tacchi sferici o a spirale. Un’altra instancabile sperimentatrice di forme e materiali fu l’americana Beth Levine. A lei si deve il perfezionamento delle ciabattine con tacco a spillo, particolarmente difficili da portare perché, non essendo assicurate al piede da una stringa, volavano via con molta facilità: nacque così il modello “Topless”, un’alta suola imbottita che veniva fissata alla pianta con una colla speciale in modo che il tacco sembrasse un’estensione del tallone.
Negli anni Sessanta e Settanta la rivoluzione giovanile e il movimento di liberazione della donna misero in crisi i tacchi alti; il ritorno alla natura degli Hippy muniti di sandali o addirittura coi piedi scalzi o e il rifiuto della donna oggetto da parte del movimento femminista, non potevano accordarsi con l’ ideale maschilista della ragazza piena di curve e inibita dai trampoli. 
Avanzava lo “street style”, il look che veniva creato in strada, che ha definitivamente rivoluzionato  il concetto stesso di moda come fenomeno controllato esclusivamente dall’alto. Il tacco fu affiancato dalle ballerine, dalle sneakers, perfino dai sandali unisex Birkenstok; il gusto della gente poté liberarsi e la scarpa – alta o bassa - diventò l’espressione della personalità di chi la indossa. Dagli anni Ottanta fino ad oggi il tacco alto ha comunque mantenuto il suo status di oggetto erotico, pur arricchendosi di ulteriori significati. Dall’America si impose la nuova cultura urbana del giovane professionista rampante, lo Yuppie, il cui abito doveva essere tagliato per il successo. 

Per sembrare aggressive e sicure le ragazze si vestirono con sobri completi mascolini inalberando vertiginosi tacchi a spillo da predatrice senza complessi. Nel frattempo si è scoperto che i tacchi rialzano il posteriore in modo provocante, aumentandone la curvatura del 25 %. Stilisti come Manolo Blahnik e Christian Louboutin hanno fatto diventare il tacco 12 un’icona di culto. La fortunata serie televisiva “Sex and the City” affermò una volta per tutte che i tacchi stratosferici sono un simbolo vincente di sessualità esibita senza problemi e in definitiva di potere. Sparita la donna- oggetto si è affermata la donna dominatrice.
Oggi il tacco a spillo ha superato sé stesso arrivando anche i venti centimetri delle Armadillo di Alexander McQueen. Le ricerche scientifiche affermano che i trampoli hanno un effetto negativo sulla salute fisiologica: male ai piedi, calli, dita a martello, dolori lombari, e ovviamente il rischio di cadute e storte fanno parte degli inconvenienti collegati al loro uso. Sul web non è difficile rintracciare immagini di indossatrici e rockstar lunghe distese per terra come Lady Gaga, immortalata in uno spettacolare scivolone grazie alle scarpe-feticcio di Kermit Tesoro, un giovane stilista filippino che ha inventato per lei le "zeppe al contrario", appoggiate solo sul davanti e prive di tacco. 

Da qualche anno in America sono comparsi anche i tacchi alti da uomo, riservati alle serate in discoteca. Come racconta un amante del genere sembra che aumentino la visibilità e ingigantiscano il senso di onnipotenza: "La sera non esco mai con meno di 20 centimetri di tacco, li aiutano a vedere al di sopra della mandria..."
Fonti:

Giorgio Riello, Peter MCNell, Scarpe, Angelo Colla Editore